Edificare Custodire Purificare la Chiesa

Edificare la Chiesa, custodire la Chiesa e purificare la Chiesa”.

Su queste tre direttive si è sviluppata oggi la riflessione del Papa nell’omelia della Messa mattutina a Santa Marta, nel giorno della dedicazione della Cattedrale di Roma, “madre di tutte le Chiese”, un titolo che sta a significare – ha spiegato Francesco – non un “motivo di orgoglio ma di servizio e di amore”.
Anzitutto, “edificare la Chiesa”: ma qual è il fondamento della Chiesa? E’ Gesù Cristo, ha ricordato il Papa:
“Lui è la pietra d’angolo, in questo edificio. Senza Gesù Cristo non c’è Chiesa. Perché? Perché non c’è fondamento. E SE SI COSTRUISCE UNA CHIESA – PENSIAMO A UNA CHIESA MATERIALE – SENZA FONDAMENTO, COSA SUCCEDE? CROLLA. CROLLA TUTTO. SE NON C’È GESÙ CRISTO VIVO NELLA CHIESA, CROLLA”

“E noi, cosa siamo?” Si è chiesto Francesco. “Siamo delle pietre vive”, non uguali, ognuna differente, perché “è questa la ricchezza della Chiesa. Ognuno di noi costruisce secondo il dono che Dio ha dato. Non possiamo pensare a una Chiesa uniforme: questo non è Chiesa”.
Quindi, “custodire la Chiesa”, avendo coscienza – ha raccomandato il Papa – dello Spirito di Dio che abita in noi.
“Quanti cristiani, oggi, sanno chi è Gesù Cristo, sanno chi è il Padre – perché pregano il Padre Nostro? Ma quando tu parli dello Spirito Santo … ‘Sì, sì … ah, è la colomba, la colomba’, e finiscono lì. Ma lo Spirito Santo è la vita della Chiesa, è la tua vita, la mia vita … Noi siamo tempio dello Spirito Santo e dobbiamo custodire lo Spirito Santo, a tal punto che Paolo consiglia ai cristiani di ‘non rattristare lo Spirito Santo’, cioè di non avere una condotta contraria all’armonia che lo Spirito Santo fa dentro di noi e nella Chiesa. Lui è l’armonia, lui fa l’armonia di questo edificio”.

Infine, “purificare la Chiesa”, a partire da noi stessi:
“…noi siamo tutti peccatori: tutti. Tutti. Se qualcuno di voi non lo è, alzi la mano, perché sarebbe una bella curiosità. Tutti lo siamo. E per questo dobbiamo purificarci continuamente. E anche purificare la comunità: la comunità diocesana, la comunità cristiana, la comunità universale della Chiesa. Per farla crescere”.

News.va

Piccolo promemoria sulla Chiesa: il fondamento è Cristo, lo Spirito Santo non dev’essere uno sconosciuto e le comunità non devono ridursi a un mercato di mondanità, tra soldi e vanità. L’appello a «edificare, custodire e purificare la Chiesa» è stato lanciato da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 9 novembre, a Santa Marta.
«Oggi ricordiamo la dedicazione, cioè la consacrazione della cattedrale di questa diocesi» ha subito fatto presente il Papa richiamando la festa dell’anniversario della dedicazione della basilica Lateranense. «Noi tutti — ha spiegato — siamo diocesani romani, la nostra chiesa cattedrale oggi festeggia la sua consacrazione ed è chiamata, perché è la cattedrale di Roma, la sede primaziale, è chiamata “madre di tutte le chiese”: così la chiamano la nostra cattedrale».
«Questo non deve essere per noi motivo di orgoglio, ma di servizio e di amore» ha affermato Francesco. «La nostra cattedrale — ha ribadito — è madre di tutte le chiese e pensando alla chiesa di Roma, il giorno della sua cattedrale, e alle altre chiese del mondo e riflettendo sulle letture di oggi, penso che possiamo parlare di tre parole: edificare la Chiesa, custodire la Chiesa e purificare la Chiesa».

«Edificare la Chiesa», anzitutto. «Paolo è chiaro in questi pochi versetti della prima lettera ai Corinzi» proposta dalla liturgia (3, 9-11.16-17): «Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto, io ho posto il fondamento; un altro poi, vi costruisce sopra». Dunque «costruire la Chiesa, edificare la Chiesa» ha insistito il Pontefice, riaffermando che «Gesù Cristo è il fondamento della Chiesa, non ce n’è un altro». Magari qualcuno può dire: «“Conosco una signora che è veggente e le è apparsa la Madonna e le ha detto di questo”: va bene, che i veggenti parlino delle loro cose, ma il fondamento è Gesù Cristo, lui è la pietra d’angolo in questo edificio».
«Senza Gesù Cristo non c’è Chiesa perché non c’è fondamento» ha rilanciato il Papa. E «se si costruisce una chiesa — pensiamo a una chiesa materiale — senza fondamento, cosa succede? Crolla tutto». Allo stesso modo «se non c’è Gesù Cristo vivo nella Chiesa, crolla e per questo Paolo dice: “Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”».
«Il fondamento non si cambia» ha affermato Francesco, aggiungendo: «E noi siamo delle pietre vive — dice l’apostolo Pietro nella sua lettera — che fanno crescere questo edificio: stiamo pensando in termini di edificio, ma questa comunità fa crescere con la propria vita». E «in una costruzione, quando si edifica una casa, un tempio, si cerca di fare in modo che le pietre siano ben messe una con l’altra, che siano allineate: non uguali, perché secondo la misura qualcuna dev’essere più piccola, qualcuna più grande, più larga non tanto…». Perciò «ognuna delle pietre è differente, ognuno di noi è differente; e questa è la ricchezza della Chiesa». Tanto che «ognuno di noi costruisce secondo il dono che Dio ha dato. Non possiamo pensare a una Chiesa uniforme: questo non è Chiesa».

«In questi giorni — ha proseguito Francesco — Paolo ci parlava dei carismi, nel capitolo xi, xii fino al xiii della lettera ai Corinzi». Egli dice che «ognuno di noi ha un carisma, ha un modo di essere: quello che ha il carisma di insegnare, insegni; quello che ha il carisma di santificare, santifichi; quello che ha quest’altro, faccia questo». Perché, ha spiegato il Papa, «è come nel corpo: la mano ha bisogno del naso e degli occhi per vedere come aggrappa una cosa: si complementano». E «ognuno di noi dà del proprio in questa complementazione. Per questo, la Chiesa non può essere uniforme; dev’essere diversa ma unita in questa armonia sul fondamento di Gesù Cristo».
Proprio «questo — ha fatto notare ancora Francesco — è anche quello che è alla base della sinodalità: la Chiesa dev’essere sinodale perché ognuno di noi ha i propri carismi al servizio dell’unità della Chiesa». Per tale ragione, ha proseguito, non bisogna «spaventarsi delle differenze: anzi, spaventarsi quando qualcuno vuole rendere tutto uguale: no, questo non va, questo non è Chiesa».

«NOI NON ABBIAMO UNA MAGLIETTA COME UNA SQUADRA DI CALCIO» ha insistito il Pontefice; piuttosto «ABBIAMO LO SPIRITO E UN CARISMA DIVERSO, MA NELL’UNITÀ». Dunque, ha aggiunto, «così si costruisce la Chiesa, si edifica la Chiesa: sulla pietra d’angolo che è Gesù Cristo — e non si può cambiare — e con la diversità armonica, con l’armonia». E «l’armonia — ha spiegato — è la carità nostra: se noi ci vogliamo bene, ci sarà armonia; se noi lottiamo uno contro l’altro, chiacchieriamo, non ci sarà armonia e l’edificio crollerà».

E se la «prima parola è edificare la Chiesa, la seconda parola è custodire la Chiesa» ha fatto presente il Papa. Ma «custodirla perché vada bene» non significa certo passarci sopra «ogni anno» una mano di vernice per «imbiancarla». Invece «custodirla è un’altra cosa, è custodire la vera vita della Chiesa». Paolo la presenta così: «Non sapete che siete tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio ha vita in voi?». Si tratta dunque, ha affermato Francesco, di «custodire lo Spirito che abita in noi, nella Chiesa e in ognuno di noi: lo Spirito Santo». Ecco che «quando Paolo arrivò in una delle prime comunità cristiane con tanta umiltà domandò: “Avete ricevuto lo Spirito Santo?” — “Ma chi è questo?”» gli dissero, perché «neppure sapevano che ci fosse uno Spirito Santo».

Una questione che non riguarda solo quella prima comunità cristiana. «Quanti cristiani — ha commentato il Papa — oggi sanno chi è Gesù Cristo, sanno chi è il Padre, perché pregano il Padrenostro; ma quando tu parli dello Spirito Santo» rispondono: «“Sì, sì, ah, è la colomba” e finiscono lì».
Eppure, ha spiegato il Pontefice, «lo Spirito Santo è la vita della Chiesa, è la tua vita, la mia vita». E «noi siamo tempio dello Spirito Santo e dobbiamo custodire lo Spirito Santo, a tal punto che Paolo consiglia ai cristiani di “non rattristare lo Spirito Santo”, cioè di non avere una condotta contraria all’armonia che lo Spirito Santo fa dentro di noi e nella Chiesa».
Lo Spirito Santo perciò, ha rammentato Francesco, «è l’armonia, lui fa l’armonia di questo edificio». Ma «il fondamento non «è lo Spirito Santo: il fondamento è Cristo». Invece «l’armonia la fa lo Spirito Santo». Mentre «la gloria è per il Padre».
Bisogna dunque «custodire la Chiesa — ha ripetuto il Papa — perché c’è lo Spirito Santo dentro; sapere che è lui a ispirarci: “Facciamo questo, facciamo quell’altro”». Infatti, «quando ci vengono queste idee buone: “è venuto questo, io parlo con l’altro, ma facciamo…” è lo Spirito che muove». Ecco perché è importante «custodire lo Spirito e non rattristarlo».

Dopo «edificare la Chiesa e custodire la Chiesa», la «terza parola» suggerita dal Pontefice è «purificare la Chiesa». Proprio «la lettura del Vangelo — ha affermato Francesco, facendo riferimento al passo di Giovanni (2, 13-22) — ci indica che cosa significa purificare la Chiesa: il Signore, quando vide quello che succedeva all’entrata del tempio, non parlò: fece una frusta di cordicelle, scacciò via tutti fuori dal tempio».
«Noi siamo tutti peccatori, tutti» ha affermato il Papa, aggiungendo: «Se qualcuno di voi non lo è, alzi la mano, perché sarebbe una bella curiosità: tutti lo siamo e per questo dobbiamo purificarci continuamente, e anche purificare la comunità: la comunità diocesana, la comunità cristiana, la comunità universale della Chiesa per farla crescere».
Il Vangelo racconta che Gesù dice: «portate via di qui queste cose». Ma «quali erano “queste cose”? I tori per il sacrificio, le colombe, il denaro dei cambia monete». L’intimazione del Signore è: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato». È «il mercato della mondanità, il mercato dei soldi, il mercato della vanità: tanti mercati che entrano, tramite i nostri peccati, nella Chiesa».
Ecco perché bisogna «purificarla sempre». C’è qualcuno, ha confidato il Papa, che arriva a dire: «Io avrei voglia di prendere una frusta quando vedo alcune segreterie parrocchiali con l’elenco dei prezzi: per un battesimo» e via dicendo. «Ma questa non è la Chiesa, questo è un mercato» ha detto il Pontefice. «Questo è un esempio» ha aggiunto, «ma è il mercato della vanità, il mercato che io vado a questa associazione e poi voglio arrampicarmi». Bisogna invece «purificare, ma non guardando i peccati altrui, dell’altro: il mio peccato. E il mio peccato è quello che fa della Chiesa un mercato».
In conclusione il Papa ha chiesto di non dimenticare «queste tre parole delle letture di oggi: edificare la Chiesa sul fondamento di Gesù Cristo; custodire la Chiesa, cioè custodire lo Spirito Santo; e purificare la Chiesa, in noi e anche nelle istituzioni nelle quali noi andiamo». E ha invitato a pregare «per la Chiesa, perché è la nostra madre: noi siamo figli della Chiesa», tanto che «sant’Ignazio amava dire: “la nostra santa madre Chiesa gerarchica”».

Osservatore Romano
Omelia Santa Marta 9 novembre 2017

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Anime truccate

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Gli ipocriti vivono di «apparenza».

E come «bolle di sapone» nascondono la verità a Dio, agli altri e a se stessi, ostentando una «faccia da immaginetta» per «truccare la santità».

Da questo rischio Papa Francesco ha messo in guardia nella celebrazione eucaristica di venerdì 20 ottobre a Santa Marta, invitando a smascherare «la giustificazione dell’apparenza» — dire una cosa e farne un’altra — e chiedendo di dare sempre spazio alla «coerenza di vita» e alla «verità»

«Nella prima lettura — ha subito fatto notare il Papa riferendosi al passo della lettera ai Romani (4, 1-8) — l’apostolo Paolo continua a insegnarci quale sia il vero perdono di Dio, quello che è gratuito, quello che viene dalla sua grazia, dalla sua volontà e non quello che noi pensiamo di avere per le nostre opere». Del resto, ha spiegato Francesco, «le nostre opere sono la risposta all’amore gratuito di Dio che ci ha giustificato e che ci perdona sempre». E «la nostra santità è proprio ricevere sempre questo perdono». Per tale ragione il brano della lettera di Paolo «finisce citando il salmo che abbiamo pregato: “Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate e i peccati sono stati ricoperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato!”».

«È il Signore — ha rilanciato il Pontefice — che ci ha perdonato il peccato originale e che ci perdona ogni volta che andiamo da lui». Infatti, ha aggiunto, «noi non possiamo perdonarci i nostri peccati con le nostre opere: solo lui perdona». Da parte nostra, ha spiegato, «noi possiamo rispondere con le nostre opere a questo perdono».
Ma «Gesù, nel Vangelo, ci fa capire un’altra maniera, un altro modo di cercare la giustificazione: non per la gratuità del Signore, non per le nostre opere».

E così «fa vedere quelli che si credono giusti per le apparenze: appaiono come giusti e a loro piace fare questo e sanno fare proprio la “faccia di immaginetta”, proprio come se fossero santi». Invece «sono ipocriti: “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”» si legge infatti nel passo evangelico di Luca (12, 1-7). «Dentro, lui stesso ha detto che è tutto sporco, ma da fuori — ha spiegato Francesco — si fanno vedere come giusti, come buoni: a loro piace passeggiare e farsi vedere ben eleganti, ostentare quando pregano e quando digiunano, quando danno l’elemosina». Però, ha messo in guardia il Papa, «tutto è apparire, apparire, ma dentro al cuore non c’è nulla, non c’è sostanza in quella vita, è una vita ipocrita: cioè, come dice la parola, sotto c’è la verità e la verità è nulla».

Ed ecco perché, ha affermato il Pontefice, «è saggio il consiglio di Gesù davanti a questa gente: fate quello che dicono perché dicono verità, ma non quello che fanno perché fanno il contrario». In effetti, ha insistito Francesco, «questi truccano l’anima, vivono del trucco: LA SANTITÀ È UN TRUCCO PER LORO».

Invece «Gesù sempre ci chiede di essere veritieri, ma veritieri dentro al cuore: e se qualcosa appare, che appaia questa verità, quello che è dentro al cuore».
Proprio per questa ragione Gesù dà «quel consiglio: quando tu preghi, vai a farlo di nascosto; quando tu digiuni, lì sì, truccati un po’, perché nessuno veda nella faccia la debolezza del digiuno; e quando tu dai l’elemosina, che la tua mano sinistra non sappia quello che fa la destra, fallo di nascosto». Insomma, Gesù consiglia esattamente «il contrario di quello che fa questa gente: apparire». In loro c’è «la giustificazione dell’apparenza: sono bolle di sapone che oggi ci sono e domani non ci sono più». Invece «Gesù ci chiede coerenza di vita, coerenza fra quello che facciamo e quello che viviamo».

«LA FALSITÀ FA TANTO MALE, L’IPOCRISIA FA TANTO MALE: È UN MODO DI VIVERE» ha fatto presente il Pontefice. «Nel salmo — ha ricordato — abbiamo chiesto la grazia della verità davanti al Signore» ed «è bello quello che abbiamo chiesto: Signore, ti ho fatto conoscere il mio peccato, non l’ho nascosto, non ho coperto la mia colpa, non ho truccato la mia anima». E, ancora, il salmo 31 recita così: «Ho detto: “Confesserò al Signore le mie iniquità” e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato».

«Sempre la verità davanti a Dio, sempre», ha esortato il Papa. «E questa verità davanti a Dio — ha spiegato — è quella che fa spazio perché il Signore ci perdoni; invece l’ipocrisia» è l’esatto contrario. Tanto che «all’inizio questa gente sa» di essere «ipocrita, dice una cosa e non la fa: ma con l’abitudine anche loro credono di essere giusti».
Ad esempio, ha suggerito Francesco, «pensiamo alla preghiera di quel dottore della legge davanti all’altare: “Ti ringrazio, Signore, grazie tante!”». Non aggiunge però «perché mi hai perdonato» ma dice: «perché non sono come gli altri, io faccio tutto quello che si deve fare». E, ha proseguito il Papa, «poi volta la testa: “Neppure sono come quello che ha fatto questo, questo, questo…”». LE PERSONE IPOCRITE «ACCUSANO SEMPRE GLI ALTRI MA NON HANNO IMPARATO LA SAGGEZZA DI ACCUSARE SE STESSI» ha concluso il Pontefice, invitando a chiedere al Signore, con le parole del salmo 31, «la grazia della verità interiore e di poter dire con verità: “Ti ho fatto conoscere il mio peccato, sono io ad accusarmi, non ho coperto la mia colpa”».

Papa Francesco
Omelia Santa Marta _ 20/10/2017
Osservatore Romano

W o w

La Speranza cristiana – 33. Educare alla speranza

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La catechesi di oggi ha per tema: “educare alla speranza”. E per questo io la rivolgerò direttamente, con il “tu”, immaginando di parlare come educatore, come padre a un giovane, o a qualsiasi persona aperta ad imparare.
Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta.

Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.
Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile.

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“Essere uomini e donne di Chiesa significa essere uomini e donne di comunione”.
E’ un pensiero tratto dall’omelia pronunciata nella Solennità di Pentecoste, il 4 giugno scorso. Francesco parlava di una tentazione ricorrente: “quella di cercare la diversità senza l’unità”. E spiegava:
“Succede quando ci si vuole distinguere, quando si formano schieramenti e partiti, quando ci si irrigidisce su posizioni escludenti, quando ci si chiude nei propri particolarismi, magari ritenendosi i migliori o quelli che hanno sempre ragione.

Sono i cosiddetti ‘custodi della verità’.
Allora si sceglie la parte, non il tutto, l’appartenere a questo o a quello prima che alla Chiesa; si diventa ‘tifosi’ di parte anziché fratelli e sorelle nello stesso Spirito; cristiani ‘di destra o di sinistra’ prima che di Gesù; custodi inflessibili del passato o avanguardisti del futuro prima che figli umili e grati della Chiesa.
Così c’è la diversità senza l’unità.
La tentazione opposta è invece quella di cercare l’unità senza la diversità. In questo modo, però, l’unità diventa uniformità, obbligo di fare tutto insieme e tutto uguale, di pensare tutti sempre allo stesso modo. Così l’unità finisce per essere omologazione e non c’è più libertà.
Ma, dice San Paolo, «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2 Cor 3,17).

La nostra preghiera allo Spirito Santo è allora chiedere la grazia di accogliere la sua unità, uno sguardo che abbraccia e ama, al di là delle preferenze personali, la sua Chiesa, la nostra Chiesa; di farci carico dell’unità tra tutti, di azzerare le chiacchiere che seminano zizzania e le invidie che avvelenano, perché essere uomini e donne di Chiesa significa essere uomini e donne di comunione; è chiedere anche un cuore che senta la Chiesa nostra madre e nostra casa: la casa accogliente e aperta, dove si condivide la gioia pluriforme dello Spirito Santo”.

La ‘realtà’

“Quando una suora nella clausura consacra tutta la sua vita al Signore, accade una trasformazione che non si finisce di capire. La normalità del nostro pensiero penserebbe che questa suora diventa isolata, sola con l’Assoluto, sola con Dio; è una vita ascetica, penitente. Ma questa non è la strada di una suora di clausura cattolica, neppure cristiana. La strada passa per Gesù Cristo, sempre! Gesù Cristo è al centro della vostra vita, della vostra penitenza, della vostra vita comunitaria, della vostra preghiera e anche della universalità della preghiera. E per questa strada succede il contrario di quello che pensa che questa sarà un’ascetica suora di clausura. Quando va per la strada della contemplazione di Gesù Cristo, della preghiera e della penitenza con Gesù Cristo, diventa grandemente umana. Le suore di clausura sono chiamate ad avere grande umanità, un’umanità come quella della Madre Chiesa; umane, capire tutte le cose della vita, essere persone che sanno capire i problemi umani, che sanno perdonare, che sanno chiedere al Signore per le persone. La vostra umanità. E la vostra umanità viene per questa strada, l’Incarnazione del Verbo, la strada di Gesù Cristo. E qual è il segno di una suora così umana? La gioia, la gioia, quando c’è gioia! A me da tristezza quando trovo suore che non sono gioiose. Forse sorridono, mah, con il sorriso di un’assistente di volo. Ma non con il sorriso della gioia, di quella che viene da dentro. Sempre con Gesù Cristo.
Oggi nella Messa, parlando del Crocifisso, dicevo che Francesco lo aveva contemplato con gli occhi aperti, con le ferite aperte, con il sangue che veniva giù.

E questa è la vostra contemplazione: la realtà. La realtà di Gesù Cristo.

Non idee astratte, non idee astratte, perché seccano la testa. La contemplazione delle piaghe di Gesù Cristo! E le ha portate in Cielo, e le ha! E’ la strada dell’umanità di Gesù Cristo: sempre con Gesù, Dio-uomo. E per questo è tanto bello quando la gente va al parlatorio dei monasteri e chiedono preghiere e dicono i loro problemi. Forse la suora non dice nulla di straordinario, ma una parola che viene proprio dalla contemplazione di Gesù Cristo, perché la suora, come la Chiesa, è sulla strada di essere esperta in umanità”.

Papa Francesco
4 ottobre 2013 _ Monastero Clarisse Assisi

VIETATO LAMENTARSI (e se a chiederlo è il Papa …)!

Il cartello è apparso da qualche giorno sulla porta del suo appartamento a Casa Santa MartaIl Papa è in vacanza, ha sospeso le udienze e gli impegni, e si gode un po’ di tranquillità pur nell’afosa estate romana. Il pontefice, a differenza dei predecessori, non usa mai la pausa estiva per andare in villeggiatura, non…

via Il Papa “vieta” di lamentarsi — Aleteia.org – Italiano

La speranza di essere santi

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel giorno del nostro Battesimo è risuonata per noi l’invocazione dei santi.
Molti di noi in quel momento erano bambini, portati in braccio dai genitori. Poco prima di compiere l’unzione con l’Olio dei catecumeni, simbolo della forza di Dio nella lotta contro il male, il sacerdote ha invitato l’intera assemblea a pregare per coloro che stavano per ricevere il Battesimo, invocando l’intercessione dei santi.
Quella era la prima volta in cui, nel corso della nostra vita, ci veniva regalata questa compagnia di fratelli e sorelle “maggiori” – i santi – che sono passati per la nostra stessa strada, che hanno conosciuto le nostre stesse fatiche e vivono per sempre nell’abbraccio di Dio.
La Lettera agli Ebrei definisce questa compagnia che ci circonda con l’espressione «moltitudine dei testimoni» (12,1). Così sono i santi: una moltitudine di testimoni.

I cristiani, nel combattimento contro il male, non disperano.
Il cristianesimo coltiva una inguaribile fiducia: non crede che le forze negative e disgreganti possano prevalere. L’ultima parola sulla storia dell’uomo non è l’odio, non è la morte, non è la guerra. In ogni momento della vita ci assiste la mano di Dio, e anche la discreta presenza di tutti i credenti che «ci hanno preceduto con il segno della fede» (Canone Romano). La loro esistenza ci dice anzitutto che la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile. E insieme ci conforta: non siamo soli, la Chiesa è fatta di innumerevoli fratelli, spesso anonimi, che ci hanno preceduto e che per l’azione dello Spirito Santo sono coinvolti nelle vicende di chi ancora vive quaggiù.

Quella del Battesimo non è l’unica invocazione dei santi che segna il cammino della vita cristiana. Quando due fidanzati consacrano il loro amore nel sacramento del Matrimonio, viene invocata di nuovo per loro – questa volta come coppia – l’intercessione dei santi. E questa invocazione è fonte di fiducia per i due giovani che partono per il “viaggio” della vita coniugale. Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire “per sempre” – “per sempre” – ma sa di avere bisogno della grazia di Cristo e dell’aiuto dei santi per poter vivere la vita matrimoniale per sempre. Non come alcuni dicono: “finché dura l’amore”. No: per sempre! Altrimenti è meglio che non ti sposi. O per sempre o niente. Per questo nella liturgia nuziale si invoca la presenza dei santi. E nei momenti difficili bisogna avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo, pensando a tanti cristiani che sono passati attraverso la tribolazione e hanno custodito bianche le loro vesti battesimali, lavandole nel sangue dell’Agnello (cfr Ap 7,14): così dice il Libro dell’Apocalisse.

Dio non ci abbandona mai: ogni volta che ne avremo bisogno verrà un suo angelo a risollevarci e a infonderci consolazione. “Angeli” qualche volta con un volto e un cuore umano, perché i santi di Dio sono sempre qui, nascosti in mezzo a noi. Questo è difficile da capire e anche da immaginare, ma i santi sono presenti nella nostra vita. E quando qualcuno invoca un santo o una santa, è proprio perché è vicino a noi.

Anche i sacerdoti custodiscono il ricordo di una invocazione dei santi pronunciata su di loro. È uno dei momenti più toccanti della liturgia dell’ordinazione. I candidati si mettono distesi per terra, con la faccia verso il pavimento. E tutta l’assemblea, guidata dal Vescovo, invoca l’intercessione dei santi. Un uomo rimarrebbe schiacciato sotto il peso della missione che gli viene affidata, ma sentendo che tutto il paradiso è alle sue spalle, che la grazia di Dio non mancherà perché Gesù rimane sempre fedele, allora si può partire sereni e rinfrancati. Non siamo soli.

E cosa siamo noi? Siamo polvere che aspira al cielo. Deboli le nostre forze, ma potente il mistero della grazia che è presente nella vita dei cristiani. Siamo fedeli a questa terra, che Gesù ha amato in ogni istante della sua vita, ma sappiamo e vogliamo sperare nella trasfigurazione del mondo, nel suo compimento definitivo dove finalmente non ci saranno più le lacrime, la cattiveria e la sofferenza.

Che il Signore doni a tutti noi la speranza di essere santi.
Ma qualcuno di voi potrà domandarmi: “Padre, si può essere santo nella vita di tutti i giorni?” Sì, si può. “Ma questo significa che dobbiamo pregare tutta la giornata?” No, significa che tu devi fare il tuo dovere tutta la giornata: pregare, andare al lavoro, custodire i figli. Ma occorre fare tutto con il cuore aperto verso Dio, in modo che il lavoro, anche nella malattia e nella sofferenza, anche nelle difficoltà, sia aperto a Dio. E così si può diventare santi. Che il Signore ci dia la speranza di essere santi. Non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che santi! No.
Si può essere santi perché ci aiuta il Signore; è Lui che ci aiuta.

È il grande regalo che ciascuno di noi può rendere al mondo. Che il Signore ci dia la grazia di credere così profondamente in Lui da diventare immagine di Cristo per questo mondo.
La nostra storia ha bisogno di “mistici”: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza. Per questo auguro a voi – e auguro anche a me – che il Signore ci doni la speranza di essere santi.
Grazie!

Papa Francesco
Udienza generale 21 giugno 2017
Immagine dal blog http://www.theenchantedcove.tumblr.com/archive

Il nostro parroco d’Italia

 

VISITA ALLA TOMBA DI DON PRIMO MAZZOLARI
DISCORSO COMMEMORATIVO DEL SANTO PADRE
Chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo – Bozzolo (Cremona)
Martedì, 20 giugno 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Mi hanno consigliato di accorciare un po’ questo discorso, perché è un po’ lunghetto. Ho cercato di farlo, ma non ci sono riuscito. Tante cose venivano, di qua e di qua e di qua… Ma voi avete pazienza! Perché non vorrei tralasciare di dire tutto quello che vorrei dire, su don Primo Mazzolari.

donPrimoMazzolari--

Sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto “scomoda”, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio.
Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia, e lo ripeto.
Quando sono i volti di un clero non clericale, come era quest’uomo, essi danno vita ad un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti.

Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia”; e San Giovanni XXIII° lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella Bassa padana».
Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato.
Come disse il Beato Paolo VI°: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. E’ il destino dei profeti» (Saluto ai pellegrini di Bozzolo e Cicognara, 1 maggio 1970).

La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.
Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi – soprattutto con i miei fratelli sacerdoti che sono qui e anche con quelli di tutta l’Italia: questo era il “parroco d’Italia” – meditare l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.

1) Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con sé stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso. Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. […] Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla verità che ripeto, ci deve essere, ci devo mettere qualcosa di mio, per far vedere che credo a ciò che dico; deve essere fatto in modo che il fratello senta un invito a ricevere la verità».
La sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata. Nel suo scritto “La parrocchia”, egli propone un esame di coscienza sui metodi dell’apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione. Ci sono tre strade che non conducono nella direzione evangelica.
– La strada del “lasciar fare”. E’ quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani – quel “balconear” la vita -. Ci si accontenta di criticare, di «descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori» del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi.
– Il secondo metodo sbagliato è quello dell’“attivismo separatista”. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. E’ un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude porte e genera diffidenza.
– Il terzo errore è il “soprannaturalismo disumanizzante”. Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. E’ la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. «I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora». Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione.

2) La cascina. Al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie”, che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città. La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari. Anche lui pensava a una Chiesa in uscita, quando meditava per i sacerdoti con queste parole: «Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. […] Per fare molto, bisogna amare molto». Così diceva il vostro parroco. La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un «focolare che non conosce assenze».

3) Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro “La più bella avventura”. Egli è stato giustamente definito il “parroco dei lontani”, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo. Questo sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità lo ha portato a dare valore anche alla necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio. «Accontentiamoci di ciò che possono dare le nostre popolazioni. Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente».

Io vorrei ripetere questo, e ripeterlo a tutti i preti dell’Italia e anche del mondo: Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente. E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza, la viveva in piedi, da adulto, da uomo, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare.

4) Il terzo scenario – il primo era il fiume, il secondo la cascina – il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il “Discorso della montagna” non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio (cfr Omelia per il Concistoro, 19 novembre 2016). Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente. Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. Quella dei poveri è definita da don Primo un’“esistenza scomodante”, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti». Lui non faceva proselitismo, perché questo non è cristiano.
Papa Benedetto XVI° ci ha detto che la Chiesa, il cristianesimo, non cresce per proselitismo, ma per attrazione, cioè per testimonianza. E’ quello che don Primo Mazzolari ha fatto: testimonianza.
Il Servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete.
Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio Altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani […] è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente». Aveva meditato a fondo sulla diversità di stile tra Dio e l’uomo: «Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto». Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: «Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero», cioè di Gesù Cristo. Nel suo scritto La via crucis del povero, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo. «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno». E aggiunge: «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».
Cari amici, vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo. A voi e ai Vescovi dico: siate orgogliosi di aver generato “preti così”, e non stancatevi di diventare anche voi “preti e cristiani così”, anche se ciò chiede di lottare con sé stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio. Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni. Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 31). E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete».
Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia – con quei bravi parroci – vorrei concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza.

Così pregava don Primo:
«Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato “fuori della casa” e sei morto “fuori della città”, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti».
Adesso, vi darò la benedizione. Preghiamo la Madonna, prima, che è nostra Madre: senza Madre non possiamo andare avanti.
Ave o Maria, …

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Sempre, per sempre

Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo avuto momenti difficili, bui; momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti. E Gesù sempre è accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore e dire: “Vai avanti, io sono con te. Vai avanti”. Il segreto della strada che conduce a Emmaus è tutto qui: anche attraverso le apparenze contrarie, noi continuiamo ad essere amati, e Dio non smetterà mai di volerci bene. Dio camminerà con noi sempre, sempre, anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì c’è il Signore. E questa è la nostra speranza. Andiamo avanti con questa speranza! Perché Lui è accanto a noi e cammina con noi, sempre!

 

 

Papa Francesco