Per una nuova nascita

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Una delle espressioni più tipiche del culto al Sacro Cuore è stata, ed è ancora, la così detta pia pratica dei primi nove venerdì del mese.
Storicamente, essa ha trovato il suo inizio nelle rivelazioni di Cristo stesso a santa Margherita Maria Alacoque, la mistica francese del Seicento grazie alla quale la devozione al Sacro Cuore tanto si è propagata nel mondo moderno.
Sappiamo infatti, dalle pagine da lei scritte, che Gesù stesso, mostrando il Suo Cuore e aprendole così la conoscenza infusa del Suo amore per gli uomini, le disse:

‘ A tutti quelli che per nove mesi consecutivi si comunicheranno al primo venerdì d’ogni mese, io prometto la grazia della perseveranza finale: essi non morranno in mia disgrazia, ma riceveranno i Santi Sacramenti (se necessari) ed il mio Cuore sarà loro sicuro asilo in quel momento estremo’.

La Chiesa stessa garantisce la veracità di queste parole, poiché Papa Benedetto XIV°, nella Bolla di canonizzazione della Santa, afferma : ‘Tali appunto furono le parole che Gesù benedetto rivolse alla sua serva fedele’.

[..]

… intere generazioni di cristiani hanno compiuto questa pia pratica e vi hanno trovato aiuto e conforto. Negli ultimi anni purtroppo è stata quasi passata nel dimenticatoio. Alcuni possono essere stati distolti da essa perché male vissuta dagli stessi devoti, come una specie di assicurazione per la vita eterna, tale da permettere una vita di peccato. Naturalmente non è così e non è questo il senso della cosa.
Mi permetto soltanto di osservare che il volere, per i primi nove venerdì del mese, accostarsi ai sacramenti crea in noi una specie di abitudine mentale, una disposizione interiore per la quale implicitamente si desidera vivere da buoni cristiani per tutto questo tempo.
Alcuni moralisti parlerebbero di un’opzione fondamentale tale da escludere il peccato mortale: possono rimanere le tante debolezze, ma il Signore conosce il cuore, vede in noi il desiderio di rispondere al Suo amore, e non si limita a guardare le cose esterne. In questo senso, nove mesi sono come il periodo di una gestazione: è una nuova nascita, un cammino di grazia, molto semplice, molto fattibile da ognuno di noi.

p. Ottavio De Bertolis, sj

Emily e il vento

Segnalo molto volentieri il libro di Lorenzo Gobbi (noto traduttore di Rilke) su Emily Dickinson, lasciandovi alle parole scelte per la copertina e altamente significative sulle aspettative certe di questa lettura sognata ♥

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Da un luogo lontano, da un tempo nuovo, un uomo scrive a Emily Dickinson: non vuole parlarle di sé, ma raccontarle, immaginando, di Emily stessa. Davanti ai suoi occhi, ecco Emily ragazza, che amava il sogno e amava il gioco, con una gioia infan­tile e consapevole; ecco il suo mondo perduto, la sua città, Amherst, la famiglia e gli amici, il cane Carlo, le api e il vento dei suoi boschi. Lo sguardo dell’autore la insegue negli anni, fino alla solitudine scelta volontariamente: entra con lei nella stanza che ne divenne la dimora, apre i cassetti dello scrittoio, contempla l’abito bianco che la rivestì, ne ascolta le poesie e il silenzio inconfondibile.

L’ignoto ignoto

Questa mattina ho comprato due libri scelti casualmente (poiché non c’era il  libro che cercavo) :
– Mandami tanta vita
– Adesso
😊 Nella libreria in cui ero stata precedentemente invece, non avendo trovato quello che cercavo, alla cassa mi sono lasciata conquistare da:
– L’ignoto ignoto __ Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi 😉

E comunque il libro che avrei voluto è
– La vita in due valigie di Anca Martines

http://it.radiovaticana.va/news/2017/03/02/la_vita_in_due_valigie_presentato_il_libro_di_anca_martinas/1295801

Ogni giorno partirò

Voglio segnalare due libri – che devo ancora leggere – ma che mi hanno già conquistato.
Uno è di Arianna Prevedello (ha lavorato nell’ambiente comunicazione e cinema per la diocesi di Padova e molto altro, cercate e troverete) rimasta improvvisamente vedova dopo la morte inspiegabile nel sonno del giovane marito.

 

“La grazia di rialzarsi”: quindici parole per rinascere dal dolore
Un “salmo contemporaneo” preso da un personaggio cinematografico con cui chiude ogni capitolo del libro che narra la vita, il dolore, la fatica e il coraggio di rialzarsi dopo un grave lutto.

«La scomparsa improvvisa di mio marito mi ha portato a vivere una dimensione femminile più spiccata. Ho capito che potevo mettere al mondo anche la morte, figlia della vita. Sentivo che potevo riuscirci con le stesse energie generative che avevano accompagnato il dare alla luce. Il dolore soffocante, abbastanza da tradurlo fin da subito in una scrittura diffusa, non mi impediva di percepire l’impressionante armonia del mio essere al mondo. La morte mi invitava a occuparmi di lei. Mi spingeva a metterci le mani dentro, a impastare i significati del lutto con la percezione che avrei potuto stendere le forme della grazia e farne parte con altri».
Sono parole di Arianna Prevedello.
Sono alcune – solo alcune, ma assolutamente intense – delle parole del suo La grazia di rialzarsi (edizioni San Paolo). Sottotitolo: Quindici parole per rinascere dal dolore.

Settimanale diocesano di Padova

Segnalo anche un suo sito con un progetto in cantiere molto interessante, nella sezione ‘Dimora La Grazia’
http://www.violadelpensiero.it

 

L’altro libro che segnalo, è la prima biografia di padre Daniele Badiali morto martire in Perù, sacerdote di cui ho sentito spesso parlare da amici e da uno in particolare che ha in eredità la croce che padre Daniele portava al collo.
Ha offerto la sua vita in cambio di una ragazza volontaria che era stata catturata sulle Ande, affrontando così il martirio che lo attendeva.

http://www.padredanielebadiali.it/
Ogni giorno partirò

Il Padrone del mondo

Il Papa durante il colloquio con i giornalisti di ritorno dalle Filippine, parlando della “colonizzazione ideologica”, ha suggerito la lettura del libro “Il Padrone del Mondo” di Robert Benson per capire cosa intendesse dire. Un’opera d’inizio ‘900 che descrive l’instaurazione, nel 2000, di una dittatura di stampo umanitarista, che predica la tolleranza universale per tutti, tranne che per la Chiesa, che viene perseguitata. Ce ne parla Massimiliano Menichetti:

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LA DITTATURA DEL PENSIERO UNICO Anglicano, quarto figlio dell’arcivescovo di Canterbury, Robert Benson, si converte al cattolicesimo e nel 1907 scrive “The Lord of the World”, “Il Padrone del mondo”. Testo visionario in cui si concretizza la battaglia finale tra il bene ed il male. Da una parte il trentatreenne Giuliano Felsenburgh che evita lo scontro tra Occidente ed Oriente, acclamato poi presidente d’Europa che instaurerà di fatto la dittatura del pensiero unico; dall’altra gli si oppone il sacerdote Percy Franklin, anche lui 33 anni, che diventerà Papa. Claudio Siniscalchi, docente all’Università Lumsa di Roma nel corso di lingue e culture moderne:

 

  1. – Giuliano è la materializzazione dell’anticristo. Promette l’abolizione di ogni preoccupazione: non ci sarà più guerra, non ci sarà più violenza, non ci sarà più povertà … Si presenta come colui che, sotto le sembianze del salvatore, in realtà assoggetta l’umanità. Diventa non il padrone di una nazione, ma il padrone del mondo. L’organismo globale della terra concede a lui il potere, perché la cosa straordinaria non è tanto che questo “messia capovolto” prenda il potere con la forza, con il colpo di Stato, ma lo prende con il consenso di coloro ai quali sta togliendo la libertà. E naturalmente la prima cosa che fa: deve fare a meno della religione.

 

 

Cattolici perseguitati

  1. – Benson immagina un mondo dove Dio è ridotto a mero individualismo in cui viene creata una entità “La Grande fratellanza universale” che propugna la pace e l’allontanamento di ogni forma di dolore:

 

  1. – Come si risolve la sofferenza della morte? Con l’eutanasia! Non c’è più destra, sinistra; non c’è più religione positiva o negativa; non c’è più partito o sindacato. Benson, per primo, ha la visione del partito unico totalitario. Chi si oppone – e naturalmente sono i cattolici che si oppongono a questa deriva che il mondo sta prendendo – sono perseguitati.

La pace di Giuliano è la pace di chi accetta quello che dice lui e nel momento in cui non si accetta è la guerra.

L’intuizione di Benson è quella di contestare un elemento che è stato devastante per il novecento: la perfezione dell’uomo, l’insaturazione del paradiso artificiale sulla terra. Perché questa visione paradisiaca del mondo ha bisogno che il trattore del progresso distrugga tutto.

 

 

La propaganda della menzogna

  1. – Questa modalità è definita da Papa Francesco “colonizzazione ideologica” in cui in nome di un presunto benessere tutto il resto deve essere annientato:

 

  1. Perché è la forza della menzogna contro la forza della verità. La propaganda fa sì che ci sia una nuova schiavitù dell’uomo. La fratellanza del mondo è importantissima, ma il prezzo che l’anticristo  fa pagare a quella parte dell’umanità che si oppone, perché vede il vero pericolo, è il contrario di quello che viene detto.

 

 

Distruzione di Roma

  1. – Il testo parla di rischio di scontro tra Oriente ed Occidente, di attacchi kamikaze… Benson arriva ad ipotizzare la distruzione di Roma:

 

  1. – Questo fondamentalmente è un libro per dire: ‘Fate attenzione, avete preso una strada sbagliata’!”

Il Padrone del Mondo non trionferà

 

  1. – Ma chi vince la battaglia nel libro di Benson?
  2. Il padrone del mondo non trionferà mai, perché in Benson c’è una visione affidata alla Onnipotenza di Dio, che non lascerà mai solo l’uomo: lo aiuterà. Ci saranno sofferenze enormi che l’uomo dovrà affrontare, ma alla fine trionferà il bene. Benson non aveva una visione oscura.

 

 

News.va

 

Una lacrima color turchese

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Me l’hanno segnalato come libro-da-leggere-assolutamente e così l’ho letto e regalato regalato ….

Parla di uno strano fenomeno che si verifica in uno sperduto villaggio di montagna, ovvero della sparizione di Gesù Bambino da tutti i presepi delle case, delle chiese e di ogni luogo dove avrebbero voluto esporlo.

La notizia si diffonde, ma con il divulgarsi dello strano evento, si scopre che in realtà la stessa cosa accade in altri parti di Italia, dell’Europa e infine in tutto il mondo …. Solo rarissime eccezioni che vengono subito studiate dalle menti eccelse.

Il mistero è molto grande, perché riguarda anche tutti coloro che cercano di riprodurre, scolpire, disegnare i Gesù Bambino … appena abbozzati, scompaiono nel nulla.

Tutto il racconto è l’attesa di una risposta a questo incredibile fenomeno e puntuale, alla fine arriva.

Quando ormai è evidente che un mistero in quanto tale non può essere svelato, la risposta arriva.

E per saperla, dovete leggere il racconto 🙂

La favola di Natale

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Questa favola è nata in un campo di concentramento del Nordovest germanico, nel dicembre del 1944, e le muse che l’ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia.

Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un ‘castello’ biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia.

Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.

‘Adesso la nonna racconta una fiaba al bambino per farlo addormentare’ dicevo alle assicelle del soffitto.

Oppure: ‘Adesso la nonna, il bambino e il cane montano in treno e fanno un lungo viaggio nella notte’.

E le muse ispiratrici salivano al piano superiore e dal soffitto piovevano semibiscrome.

Si avvicinava il secondo Natale di prigionia: Fame, Freddo e Nostalgia.

Tra i sei o settemila ufficiali prigionieri nel lager c’erano professionisti e dilettanti di musica e di canto.

Qualcuno era riuscito a salvare il suo strumento, qualche strumento lo prestarono i prigionieri francesi del campo vicino.

Coppola concertò le musiche e istruì orchestra, coro e cantanti.

I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il gran freddo, per l’umidità i violini si scollavano, perdevano il manico.

Le voci faticavano a uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo.

Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del ‘teatro’, zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e l’orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il ‘rumorista’ diede vita ai passaggi più movimentati.

La nostalgia l’hanno inventata i prigionieri perché in prigionia tutto quello che appartiene al mondo precluso diventa favola, e gente ascolta sbalordita qualcuno raccontare che le tendine della sua stanza erano rosa.

In prigionia anche i colori sono una favola, perché nel lager tutto è bigio, e il cielo, se una volta è azzurro, o se un rametto si copre di verde, sono cose di un altro mondo.

Anche la realtà presente diventa nostalgia.

Noi pensavamo allora alle cose più umili della vita consueta come i meravigliosi beni perduti, e rimpiangevamo il sole, l’acqua, i fiori come se oramai non esistessero più: e per questo uomini maturi trovarono naturale che io, per Natale, raccontassi loro una favola e giudicarono originalissimo il fatto che, nella favola, un uomo s’incontrasse con sua madre e col suo bambino.

‘Che fantasia’ dicevano. ‘Come fai a pensare tutte queste strane faccende?’.

E la banalissima vicenda interessava i prigionieri forse più ancora del contenuto polemico della fiaba stessa.

 

Perché La favola di Natale ha anche un contenuto polemico che le illustrazioni rendono oggi evidente anche al meno avvertito dei lettori, sì che io potrei premettere alla fiaba: ‘I personaggi di questo racconto sono tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso riferimento con la realtà’.

La ‘realtà’era tutt’intorno a noi e io la vedevo seduta a tre metri da me, in prima fila, vestita da Dolmetscher: e quando il ‘rumorista-imitatore’ cantava con voce roca la canzoncina delle tre Cornacchie e  il poliziotto di servizio sghignazzava divertito, io morivo dalla voglia di dirgli che non c’era niente da ridere: ‘Guardi, signore, che quella cornacchia è lei’.

 

‘Io vi racconterò una favola e voi la racconterete al vento di questa sera, e il vento la racconterà ai vostri bambini.

E anche alle mamme e alle nonne dei vostri bambini, perché è la nostra favola: la favola malinconica d’ognuno di noi’.

Io, la sera della vigilia del ’44, conclusi con queste parole la premessa: ma il vento avrà sentito? O, se ha sentito, sarà riuscito poi a superare i baluardi della censura? O, lungo la strada, avrà perso qualche periodo? Ci si può fidare del vento in un affare così delicato?

Di qui l’idea di stampare la fiaba: il papà ex internato potrà così raccontarla al suo bambino, e da queste povere parole che sanno di fame, di freddo e di nostalgia il bambino capirà forse quel che il papà soffriva, lassù, nei desolati campi del Nord.

E se non capirà il bambino, capirà la mamma.

E – ripensando alle ultime parole della favola – anche per un mio orgoglietto personale:

E se non v’è piaciuta – non vogliatemi male,

ve ne dirò una meglio – il prossimo Natale,

e che sarà una favola – senza malinconia:

‘C’era una volta – la prigionia …’

Ho mantenuto la promessa e pago il mio debito: eccovi la favola. C’era una volta un prigioniero.

 

L’AUTORE

Premessa  di La favola di Natale

Rizzoli

 

 

C’era una volta un prigioniero … No: c’era una volta un bambino …. Meglio ancora: c’era una volta una Poesia …

Anzi, facciamo così: c’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero.

‘E la Poesia?’ direte voi. ‘Cosa c’entra?’.

 

Giovannino Guareschi

Come nascono i libri

E così nascono i libri, nell’amore, e così nascono i libri che nessuno legge mai, e così il libro prima di nascere Dio lo deposita in te come una manciata di fango che diventa luce.

Domandano tutti come si fa a scrivere un libro: si va vicino a Dio e gli si dice:

feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi.

Così nascono i libri, così nascono i poeti.

 

 

Alda Merini

Corpo d’amore. Un incontro con Gesù

L’ascolto

Staffa è il nome del più leggero e piccolo osso del corpo umano.

Sta nell’orecchio e dalla sua cavità passa il sonoro.

Altri ossicini accanto hanno nomi di arnesi: incudine, martello.

L’ascolto è più officina che sala da concerto.

Poi il suono attraversa una serpentina di nome labirinto, trova l’uscita e arriva al cervello, fine della corsa.

L’ascolto è un’onda che non torna indietro.

Nel corso di lavori scassa timpani ho potuto isolarmi.

Nell’osso labirinto del mio orecchio vive un Minotauro che sbrana i frastuoni.

Ma, se una musica viene da fuori o da dentro,  allora le lascia il passaggio, che vada a scorazzare per il cranio.

Erri de Luca

La musica provata

Feltrinelli