Una strada verso il mondo

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Ciascuno di noi non appena riflette sulla sua condizione umana, avverte di non esaurire in sé la propria umanità. Il proprio essere maschile o femminile non è sufficiente a sé stesso. Questo fatto, indelebile nella natura umana, rivela la nostra radicale dipendenza: non ci completiamo da noi stessi. Basterebbe questa considerazione a mostrare l’inadeguatezza del tratto marcatamente individualista che segna la mentalità odierna. Eppure nelle radici del nostro io è inscritta una naturale tensione, opposta a tale mentalità.

 

Il nostro colloquio parte da questa constatazione, aprendola sul mistero di Dio. Da qui la domanda: quale interesse ha dunque lo studio della complementarità tra l’uomo e la donna per il rapporto dell’uomo con Dio? È questo l’interrogativo che ciascuna delle nostre tradizioni culturali e religiose è invitata a porsi. Nella prospettiva ebraico-cristiana, questo tema è assai rilevante ed emerge nella lettura e nell’interpretazione che la tradizione opera di alcuni testi biblici di essenziale riferimento. È noto il mito dell’uomo androgino, di cui parla Platone nel suo Simposio. Per un castigo divino, l’uomo originario, essere sferico e, nello stesso tempo, maschile e femminile, è stato diviso in due, in modo che ogni parte rimane in perenne ricerca dell’altra, in un continuo movimento, smettendo così di rappresentare una minaccia per gli dei. Il mito dell’androgino ci insegna, come la Bibbia nel racconto della Genesi, che la differenza sessuale non è solo una diversità, come sono «diversi» i popoli e i loro costumi, non significa soltanto una pluralità variegata. Di per sé, infatti, la pluralità non comporta il bisogno dell’altro per capire se stesso, anche se la diversità può essere comunque arricchente. Nella differenza sessuale invece — ed è questo l’essenziale — ognuno dei due può comprendere se stesso solo alla luce dell’altro: il maschile ha bisogno del femminile per essere compreso, e così è per il femminile. Per questo la Bibbia pone Adamo ed Eva uno di fronte all’altro (Genesi, 2, 18). La differenza, in questo modo, immette nell’uomo e nella donna la consapevolezza che non possono trovare il loro compimento in sé stessi: ciascuno «solo nella comunione con l’altro sesso può diventare completo», come scrisse Benedetto xvi nell’enciclica Deus caritas est. Vi è dunque una diversa interpretazione di questa mancanza nel mito androgino e nella Bibbia. Mentre nel primo caso la differenza sessuale è vista come una punizione che indebolisce l’uomo affinché non possa avvicinarsi agli dei, e quindi diventa una caduta dell’uomo dal livello quasi divino alla schiavitù impotente, nella Bibbia invece la differenza è il punto preciso dove Dio farà presente la sua azione e la sua immagine. Si spiega così che, mentre nel mito Androgino l’uomo e la donna sono le due metà di un essere umano, nella Scrittura ognuno dei due, Adamo ed Eva, si misurano non soltanto secondo la loro mutua relazione, ma soprattutto a partire dalla loro relazione con Dio. È importante sottolineare anche un’altra dissomiglianza tra il racconto platonico e la Scrittura: mentre nel primo, l’uomo e la donna, quando si uniscono, diventano un essere pieno e sazio di sé, nel libro della Genesi l’unione di uomo e donna non porta a una compiutezza, non li chiude in se stessi, perché proprio nell’unirsi fra loro si aprono verso la presenza più grande di Dio. Proprio la presenza di Dio all’interno dell’unione tra uomo e donna ci aiuta a considerare il significato della loro complementarità. Essa non si può capire in modo polare, come se maschile e femminile fossero realtà opposte che si completano perfettamente a vicenda per diventare un’unità chiusa; si tratta piuttosto di modi differenti di situarsi nel mondo che, quando si mettono insieme, lungi dal chiudersi, aprono la strada verso il mondo e gli altri, una strada che conduce soprattutto verso l’incontro con Dio. L’unione del maschile e del femminile è complementare non nel senso che da essa risulti un tutto completo in sé, ma nel senso che la loro unione rivela come ambedue sono un mutuo aiuto per camminare verso il Creatore. Il modo in cui quest’unione si riferisce sempre al di là di se stessa diventa evidente con la nascita del figlio. L’unione dei due, il farsi «una sola carne», si verifica proprio nell’unica carne di coloro che sono generati da quell’unione. Si conferma così che complementarità vuol dire anche sovrabbondanza, insorgenza di novità.

 

 

Gerhard Muller

Osservatore Romano

15 novembre 2014

Gif dal sito http://www.umla.tumblr.com/archive

 

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