Quello che non tutti sanno

NON SOLTANTO I CATTOLICI DICONO STOP

E’ d’accordo Silvio Berlusconi, l’ha proposto l’Imperatore d’Italia Matteo Renzi, dunque ormai (forse) si faranno: le unioni civili alla tedesca, dedicate in particolare alle coppie omosessuali, potrebbero entrare davvero nel diritto di famiglia anche italiano. Secondo il sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, si tratterà semplicemente del “matrimonio gay con un altro nome, per non irritare i cattolici”. Secondo altri si salvaguarderanno solo le due richieste fondamentali del mondo Lgbt: il diritto alla reversibilità della pensione e il diritto a “farsi una famiglia”.

Con che modalità ci si potrà “fare una famiglia” essendo a una coppia omosessuale negata, secondo le dichiarazioni di Renzi, l’adozione di bambini, come peraltro recita il modello tedesco? L’artificio un po’ ipocrita è legato ad un’espressione anglofona. Si tratta della “stepchild adoption”, cioè la possibilità del partner di adottare il figlio del compagno o della compagna omosessuale, in assenza di altro genitore biologico. Nel caso di una coppia gay i figli nascono utilizzando (all’estero, perché in Italia è illegale, di qui l’ipocrisia tutta italica) le procedure note come “utero in affitto”.

Berlusconi e Renzi avrebbero stipulato dunque un “nuovo patto del Nazareno” sulle unioni civili omosessuali, la loro approvazione in Parlamento visti i numeri di cui i due dispongono potrebbe essere istantanea. Però. C’è un però. Quel però è l’opinione degli italiani.

Tanti italiani su questo tema vogliono procedere con i piedi di piombo.

I sondaggi dicono ad esempio che la stragrande maggioranza è contraria all’utero in affitto e hai voglia a chiamarla stepchild adoption, una coppia gay per arrivarci deve passare dall’affitto di un utero. E se cerchi una donna che ti doni un ovulo per poi impiantarlo nell’utero affittato di un’altra donna, la signora in questione deve essere sottoposta a settimane di bombardamenti ormonali, affinché il suo ovulo diventi grande poco meno di un chicco d’uva, per poi essere agoaspirato in sedazione profonda. Esiste secondo voi qualche donna in natura che si sottoporrebbe a tale procedura gratuitamente? Nella neolingua di questi falsi miti di progresso la chiamano “donazione di ovuli”, nella realtà è una compravendita. L’ipocrisia italica nel caso di fecondazione eterologa parla di rimborsi spese per le donatrici. Non è vero, è salario mascherato. Nelle procedure di utero in affitto, dopo la finta donazione, c’è la reale locazione dell’intimità più profonda di un’altra donna fino alla consegna del prodotto: il figlio, ormai ridotto come la donna a cosa, che viene partorito e strappato al seno della madre non appena vi si avvicina, per consegnarlo alla coppia acquirente. La stepchild adoption all’interno delle unioni civili renzian-berlusconiane legittimerebbe tutto questo. La riduzione di un bimbo a una cosa da acquistare, ovviamente se in perfette condizioni.

Ma le persone non sono cose e i figli non si pagano. Il coro parlamentare potrà essere pure univoco a favore delle unioni civili alla tedesca, ma fuori dal coro a difesa dei soggetti più deboli, che sono sempre i bambini che hanno diritto a non essere privati della loro mamma, canta un pezzo d’Italia.

Sono i cattolici, certo, ma non solo.

Tanti italiani, anche di sinistra come chi scrive, che sono prontissimi a riconoscere agli omosessuali il sacrosanto diritto a essere vicino al proprio compagno quando va in ospedale o nel malaugurato caso dovesse finire in carcere, che sono pronti a riconoscere ogni possibile diritto individuale, che sono contrari a qualsiasi discriminazione nei confronti delle lesbiche, dei gay, dei bisessuali e dei transessuali. Tanti italiani che però si fermano quando si parla di famiglia e di figli. I figli, tutti i figli, tutti noi siamo nati da un uomo e da una donna, da un padre e una madre, non da un genitore 1 e genitore 2. E alle nostre spalle abbiamo migliaia e migliaia di anni in cui una sequenza infinita di incontri tra un uomo e una donna hanno portato al nostro essere e al mondo come è ora. Non sarà il 2014, anno prima dell’era renzian-berlusconiana, a bloccare questa sequenza e a inventarsi una realtà che non c’è. Non sarà un nuovo patto del Nazareno a impedire a molti italiani di cantare fuori dal coro.

E, a proposito, almeno cambiategli nome.

Il Nazareno lasciatelo stare.

Mario Adinolfi

Il Messaggero Veneto

25 ottobre 2014               

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