A me manca quel meno

 

acatholicvibe

 

 

Ogni anno è la stessa storia.

Ed è così da che memoria mi sostiene. Alla fine dell’estate, rientrando dalle vacanze, inesorabilmente, scrivania, libreria e altri anfratti nella mia stanza si affollano di cose.

Sono frammenti di storie, brandelli di emozioni, nostalgie di sensazioni. Oggetti che rasentano il ciarpame, sassolini di Pollicino a cui affido il gravoso compito di permettermi di tornare indietro, da qualche parte, dove rifugiarmi e sfuggire all’oggi.

Poi, naturalmente, ci sono tutte le altre cose.

Quelle di cui non puoi fare a meno: per lavoro, per stare sempre connesso. Quelle da cui non non ti puoi liberare: le tue protesi elettroniche, il ricordo di nonna, un regalo. O anche solo perché ….non si sa mai.

L’eccesso è che da alcune di queste cose non riesci a separarti un solo istante. Te le devi portare con te, ovunque.

Diventano funzionali ma anche emozionali.

Sostituiscono elegantemente, e con meno vergogna, il peluche di quando eravamo piccoli.

Sto convincendomi che la mia vita assomigli pericolosamente sempre più allo scantinato di un robivecchi o al retrobottega di un antiquario.

Dove non so più che cosa è davvero importante e che cosa no.

Talvolta, in realtà, neppure dove siano le cose che cerco.

E, ultimamente, anche che diavolo ci faccia lì proprio quella cosa.

 

Mi domando angosciosamente se non sia esattamente la fame che ci tiene in piedi, la fame di cose.

Peggio ancora. Almeno dopo che mi è capitato di leggere un paio di notizie a tal proposito. Intanto, se la sicurezza che la roba ti dà, che pure a volte sfocia in atteggiamenti compulsivi, è di per sé un’umanissima risorsa, tutto ciò risale niente meno che alla nostra preistoria.

Insomma, da questo punto di vista non ci siamo evoluti poi molto.

Se non che fino a quando l’homo sapiens era nomade – per motivi pratici che chiunque abbia dimestichezza con gli zaini intuisce al volo -, di cose con sé ne poteva portare poche.

Da sedentari la questione si è un po’ complicata,, potendo accumulare oggetti senza la preoccupazione di essere poi costretti a sobbarcarsene il peso. Con l’aggravio di proprietà e possessi, e confronti, di cui ben ha già scritto Verga nelle sue novelle.

Il punto è che in tutto questo non solo differiamo poi molto dai nostri progenitori della savana.

Ma neppure dagli animali. Per carità, con tutte le differenze del caso, ma siamo a livello di gazze ladre, scimpanzè e polpi.

Gli istinti sono quelli, i nostri eventualmente un po’ più raffinati.

Comunque nulla di cui vantarsi.

 

Non c’è via di uscita? Un vecchio numero del National Geographic raccontava della tribù Hadza, in Tanzania.

Una manciata di uomini e donne che vivono di niente: senza coltivare nulla né allevare animali, senza proprietà privata, lavorando giusto quel che serve.

‘Cosa sanno loro, che noi ci siamo dimenticati?, concludeva amaramente l’autore dell’articolo.

Già, perché ci siamo dimenticati di ‘guardare i gigli del campo’ (Mt.6,28)?

Perché la testimonianza di frate Antonio di Padova e frate Francesco di Assisi, che su sobrietà, essenzialità, povertà come libertà e condivisione, hanno giocato tutta la loro vita, non ci scuote e non ci interroga più?

 

Perché l’unica ricetta per uscire dalla crisi economica è rilanciare gli acquisti, e non anche rivedere e ripensare i nostri presunti bisogni?

Ha ancora senso obbligarci reciprocamente all’accumulo o non piuttosto educarci al gratuito, al poco che davvero ci serve in termini materiali, per lasciare posto al tanto che ci serve in termini relazionali?

 

Insinuava un poeta inglese, Jamie McKendrick:

 

‘Meno abbiamo, più ci sembra di aver fallito

nel farci strada. Ma a me manca quel meno’.

 

Anche a me manca.

 

 

fra Fabio Scarsato

 

 

Foto ritrae le tende dei rifugiati cattolici in Iraq, su cui è scritto:

Gesù è la Luce del mondo!

Facebook via “Catholic Priest- Alter Christus” page

 

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