Ci sono tanti modi di guardare

 

 

 

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‘Puro’ nella radice sanscrita, richiama il fuoco e il vento ciò che spazza via, elimina ogni ingombro.

Più che viirtù morale, è condizione del vedere, del discernere.

 

Serve a fare spazio, a dissolvere quei filtri (le abitudini, i pregiudizi, le convenzioni sociali) che fanno da velo alla libertà del nostro sguardo.

 

Come nella parabola del buon samaritano sacerdote e levita guardano ma non vedono, perché intrappolati nel ruolo, nelle convenzioni che non prevedono di interagire con gli stranieri; o forse solo perché ingombri di loro stessi.

Comunque, non puri.

 

Il samaritano, che tiene aperta la via che dagli occhi porta al cuore, è invece capace di vedere e dunque agisce.

Ci sono tanti modi di guardare.

 

Osservare per analizzare e controllare – lo sguardo delle scienze positive- è solo uno dei tanti, tardivo.

Nell’antichità lo sguardo era una forma di contatto con la realtà, e gli occhi una ‘porta’ per lasciarla entrare: da qui, per esempio, l’attenzione monastica per la custodia oculorum, nella consapevolezza che guardare cose brutte, o malvagie, in qualche modo contamina l’interiorità.

Un’attenzione che forse oggi dovremmo tenere più presente: la bellezza ci fa bene, la bruttezza ci fa male, nulla è neutro perché ciò che è fuori di noi attraverso i sensi entra dentro di noi.

 

Ma la parabola del samaritano ci dice che non basta possedere gli organi di senso: occhi per vedere e orecchi per sentire.

Occorre fare spazio alla luce della grazia che ne dilata la capacità: ‘Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono’ (Mt.13,16).

 

Puro vuol dire col cuore aperto, ricettivo, attento.

Restituire, dunque allo sguardo il suo ruolo più autentico significa non considerarlo una funzione separata, astratta, ma riconnetterlo con la totalità di noi stessi: tenere sempre aperta, e sgombra, la via che collega gli occhi e il cuore.

 

Il pittore Chagall diceva: ‘Se creo qualcosa usando il cuore, molto facilmente funzionerà, se uso la testa sarà molto difficile’.

 

Lo scriveva anche Saint-Exupéry nel Piccolo Principe: si può vedere bene solo con il cuore.

La sesta beatitudine ci invita a farlo.

 

Vedere col cuore significa vedere dalla prospettiva della misericordia, da ‘accanto’, invece che da ‘di fronte’. Lasciandosi toccare.

 

Lo sguardo puro è quello che riesce a stupirsi.

Lo scriveva il poeta Auden: ‘L’unica nostra dote positiva, quell’impulso un po’ infantile ad ammirare’.

D’altra parte, ci è stato detto, ‘Se non ritornerete come bambini…’.

Lo sguardo impuro non riesce a distogliersi dagli idoli che ‘hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno mani e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano, dalla gola non emettono suoni’ (Salmo 114,5-7).

 

‘Sia come loro –dice il salmista- chiunque in essi confida’.

 

Perché alla fine, noi siamo ciò che guardiamo.

Con lo sguardo sgombro da noi stessi e di ciò che non lasccia passare la luce della grazia, con il cuore aperto e sensibile potremmo collocarci in quella prossimità che realizza la promessa della sesta beatitudine.

Perché l’essenziale è visibile allo sguardo del cuore.

 

 

Chiara Giaccardi

 

 

La foto dal blog http://www.coffeenuts.tumblr.com/archive

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