Tenerezza combattiva

‘Senza risveglio non si può sognare’ disse con molta intelligenza Benigni.

 

Viviamo in una società e in una Chiesa cui sono stati scippati i sogni, che punta più a mantenere l’esistente che a generare futuro possibile.

La vocazione al risveglio è il dono inatteso trasmesso dalla Evangelii Gaudium: ci fa credere possibile e vicina una Chiesa accogliente e liberante, un linguaggio fresco e vitale, il sogno di una comunità credente benefica e felice.

In un capitolo dedicato alle tentazioni di coloro che trasmettono il Vangelo, Francesco ci sorprende per due volte con ‘la rivoluzione della tenerezza, della tenerezza combattiva’ (EG 85 e 88).

 

Già nella sua infuocata Lettera a un giovane cattolico, Heinrich Bòll lamentava la mancanza, tra i messaggeri del cristianesimo, della tenerezza verbale, emotiva, perfino teologica.

‘Noi infatti non siamo puro spirito né pura materia, e forse gli angeli ci invidiano proprio la fusione di questi due elementi, corpo e anima, che segnano la gioia e il dramma della condizione umana’.

Invece, quanti annunciatori del Vangelo sono dei burocrati delle formule, funzionari delle regole e analfabeti del cuore!

 

Forse anche il deficit attuale di vocazioni religiose è dovuto a un deficit di felicità nelle nostre case e nelle nostre relazioni.

Che è, in fondo, un deficit di tenerezza.

Osservate: chi è tenero è contento, chi è rigido è infelice, sta male al mondo.

Gesù, infatti, era rigoroso, ma mai rigido.

‘Diffida dell’uomo rigido, è un traditore’ (Shakespeare).

A una serie di no: no all’accidia (EG81), al senso di sconfitta, al pessimismo sterile (EG84), la pedagogia di Papa Francesco fa seguire la sua proposta positiva, la riconquista di occhi nuovi che riescono a ‘intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata’, a scoprire le tante ‘spighe di buon grano che crescono in mezzo alla zizzania’, a far sì che ‘ i tanti mali vengano considerati come sfide per crescere’.

Il mondo è sì un immenso pianto, ma è anche un immenso parto.

 

Illuminante, in questo respiro nuovo e largo, risulta la felice formula verbale: il cristianesimo esprime una ‘tenerezza combattiva’ (EG85).

Si oppone al male, combatte tutto ciò che fa male ai figli di Dio, non è mai passivo, ma opera con lo stile della tenerezza, della delicatezza inerme e indomita, che non si arrende, mai succube ‘dello spirito cattivo della sconfitta’ (EG85).

E’ lo stile del Magnificat. Tenerezza implica mettere al centro non un sistema di nozioni, ma il volto dell’altro, la sua presenza fisica che interpella, la carne con il suo dolore e con la sua gioia contagiosa.

 

Il Figlio di Dio nella sua incarnazione ci ha invitato alla ‘rivoluzione della tenerezza’ (EG88). La tenerezza ha le sue sorelle: misericordia, delicatezza, compassione, dolcezza, ha gesti e linguaggi che trovano la loro sorgente in Gesù.

Dalle sue mani fioriscono i gesti della tenerezza, quando le posa sui malati, quando tocca mani, labbra, occhi, orecchi, quando stende un petalo di fango sugli occhi del cieco, saliva e polvere mescolati come una carezza di luce, come una piccola creazione che ricomincia, fango e intimità.

Quando, a sua volta, Gesù si lascia toccare da bambini e donne e stranieri.

 

Toccare segna la fine della paura e della distanza.

L’amico ti tocca, disarmato e disarmante, con lui puoi essere te stesso, lasciar cadere ogni maschera. Solo chi ti tocca nell’intimo è in grado di cambiarti la vita.

Chissà se il poeta Ezra Pound aveva in mente proprio Gesù quando scriveva:

‘Accetterò la tua verità purchè si sposi con la tenerezza’.

Questo è il sogno di Dio: che nessuno degli annunciatori sia senza capacità di dare e ricevere tenerezza, di toccare e lasciarsi toccare nel cuore, che nessuno sia solo, nessuna Chiesa sia senza festa del cuore.

E tutti sempre più simili a Lui, il ‘Molto-tenero’.

 

 

p. Ermes Ronchi

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God bless you !

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