Veglia per le vittime innocenti delle mafie

permano-21.03.2014.

 

Pensavamo d’incontrare un Padre, abbiamo trovato anche un Fratello. Grazie di averci accolto, è un momento che abbiamo atteso e desiderato tanto. Le persone che sono qui hanno storie e riferimenti diversi. Ma sono accomunate dal bisogno di verità e di giustizia, un bisogno che per molti è ancora vivo e lacerante. Sono solo una rappresentanza, per quanto numerosa dei famigliari delle vittime delle mafie, che sono tanti, tanti di più.

 

Giusti che donano vita.

 

Sono tutte vittime innocenti e di tutte vogliamo ricordare il nome. In questo lungo elenco ci sono circa ottanta bambini, come Domenico Gabriele, Cocò e Domenico. Ci sono persone che si sono trovate casualmente in mezzo a un conflitto a fuoco. Ci sono tanti “giusti”. Persone dalla parte di chi cerca e aiuta a cercare verità. Persone libere e leali, che non si sono lasciate piegare dalle difficoltà. In Italia, in Europa e nel mondo, come testimoniano oggi i familiari di vittime dell’America Latina che sono qui con noi. Le ricordiamo tutte perché lo spirito di giustizia e verità che ha animato la loro esistenza è ancora vivo. Lo sentiamo sorreggere le nostre speranze e accompagnare il nostro impegno. Chi perde la vita per la giustizia e la verità dona vita, è lui stesso Vita. Come tutte le vittime del terrorismo e del dovere, a cui va questa sera il nostro pensiero.

 

Le vittime degli affari sporchi

 

Vogliamo ricordare insieme anche le vittime del lavoro, perché un lavoro non tutelato, svolto senza le necessarie garanzie di sicurezza, è una violazione della dignità umana. E così pure le vittime degli affari sporchi delle mafie. Le persone colpite da tumori in territori avvelenati dai rifiuti tossici. Quelle che hanno perso la vita per l’uso delle droghe spacciate dai mercanti di morte. Le migliaia d’immigrati annegati nei mari o caduti nei deserti. Le donne e le ragazze vittime della tratta e della prostituzione.

 

Morti vivi, uccisi nella speranza.

 

Ma vittime sono anche i “morti vivi”. Quante persone “uccise” dentro! Quante persone a cui le mafie hanno tolto la dignità e la libertà, persone ricattate, impaurite, svuotate. Le mafie – la corruzione, l’illegalità – assassinano la speranza!

 

Ombre e squarci di luce.

 

Sono queste speranze spezzate o soffocate che oggi vogliamo condividere. In passato, e purtroppo accade ancora oggi, non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione a un problema di così enormi risvolti umani e sociali. Silenzi, resistenze, sottovalutazioni, eccessi di prudenza, parole di circostanza. Ma per fortuna anche tanta luce, tanta positività. Dal grido profetico di Giovanni Paolo II dalla Valle dei Templi alle parole di Benedetto XVI rivolte ai giovani a Palermo: «Non cedete alle suggestioni della mafia, strada di morte». Ma non basta.

 

Pastori che illuminano la strada.

 

Come non ricordare Monsignor Raffaele Nogaro, oggi ammalato, a cui va un affettuoso saluto. E il compianto don Italo Calabrò, che ci ha aiutato a comprendere la ‘ndrangheta in tutti i suoi risvolti, richiamandoci a quell’impegno educativo fondamentale per estirparla. È una Chiesa che “interferisce”, denunciando senza remore l’incompatibilità tra mafie e Vangelo. E che non dimentica che la denuncia seria, attenta, documentata è annuncio di salvezza. Anche a costo della vita. Il 15 settembre 1993 viene ucciso a Palermo don Pino Puglisi, e pochi mesi dopo il 19 marzo del 1994 – due giorni fa è stato il ventennale – a Casal di Principe, don Peppe Diana, che invitava la sua gente a “salire” sui tetti per riannunciare Parole di vita.

 

Verità e giustizia.

 

Oggi qui aggiungiamo don Cesare Boschin. È stato ucciso a Borgo Montello, nel Comune di Latina, dove domani cammineremo insieme per la diciannovesima “Giornata della memoria e dell’impegno”, chiedendo verità sul suo omicidio. C’è un bisogno di verità che scuote la vita di tante persone e che chiede risposte, chiede giustizia. È quello che chiede la grande maggioranza di voi famigliari. Alcuni nomi in particolare, voglio ricordare oggi: Attilio Manca, Antonino Agostino, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

 

Non è solo un problema criminale!

 

Il problema delle mafie non è un problema solo criminale. Se così fosse, basterebbero le forze di polizia, basterebbe la magistratura. È un problema sociale e culturale. Un problema che chiama in causa responsabilità pubbliche – spesso degenerate in poteri privati – e responsabilità sociali accantonate in nome dell’individualismo.

 

Una politica al servizio del bene comune.

 

Oggi è più che mai necessario uno scatto. Occorrono politiche sociali, posti di lavoro, investimenti sulla scuola. Occorre ridare alle persone speranza e dignità. Occorre che la politica torni a essere servizio del bene comune. E, nello specifico, occorre rafforzare la confisca e l’uso sociale dei beni delle mafie, chiave di volta per saldare il contrasto criminale con la rigenerazione sociale e culturale.

 

Non lasciamoli soli!

 

Occorre tutelare e incentivare i percorsi coraggiosi dei testimoni di giustizia, che antepongono la voce della coscienza ai rischi della denuncia. Occorre portare avanti con più determinazione, come hanno già fatto circa 500.000 cittadini, il progetto “Riparte il futuro”, per chiedere norme ancora più efficaci contro la corruzione e il voto di scambio. Occorre infine non lasciare soli i tanti “minacciati”. Parlo dei magistrati più esposti – faccio un nome per tutti, Nino Di Matteo – come degli amministratori onesti, dei giornalisti e dei tanti cittadini coraggiosi che si sono ribellati al racket, alle intimidazioni, alle minacce. Non lasciamoli soli!

 

Nostri figli, figli di tutti .

 

Saveria Antiochia, mamma di Roberto, un agente di polizia ucciso dalla mafia, un giorno ci disse: «quando ti uccidono un figlio sparano anche su di te. A me avevano sparato quel giorno». Oggi dobbiamo dirci con forza insieme – per il figlio di Saveria e per tutte le altre vittime innocenti delle mafie – che è come se avessero sparato su di noi. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, sia anche la primavera della Giustizia, della Speranza e del Perdono. Opponiamo al “grido” di dolore per le persone care che qui ricordiamo, la Parola della Vita.

 

 

don  Ciotti alla veglia di preghiera per le vittime innocenti delle mafie

21 marzo 2014

www.libera.it

 

 

Qui non è riportato, ma ha concluso chiedendo a Papa Francesco di pregare per noi e perché Dio ci dia una pedata per poter continuare !

 

“Ai mafiosi dico convertitevi! Ve lo chiedo in ginocchio fermatevi di fronte al male”: così Papa Francesco nella veglia di preghiera con i familiari delle vittime innocenti delle mafie, organizzata dall’associazione Libera di don Ciotti, nella parrocchia di San Gregorio VII a Roma, alla vigilia della “Giornata della memoria e dell’impegno” promossa quest’anno a Latina.

Entrano in Chiesa, mano nella mano, il Papa e don Luigi Ciotti. In quel gesto c’è tutta la vicinanza di Francesco alle 700 famiglie riunite per ricordare i loro cari, vittime innocenti delle mafie. E’ una cerimonia lunga e toccante. Le parole del Pontefice sono un balsamo per le ferite del cuore dei padri, delle madri, dei fratelli e sorelle, dei figli o dei nipoti mai conosciuti e allo stesso tempo una spada per i mafiosi: “Per favore, cambiate vita, convertitevi, fermatevi di fare il male! E noi preghiamo per voi: convertitevi. Lo chiedo in ginocchio. E’ per il vostro bene”. La vita che fate – aggiunge – non vi darà felicità e non porterete con voi il potere ed il denaro: “Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi, è denaro insanguinato, è potere insanguinato, e non potrai portarlo nell’altra vita. Convertitevi: ancora è tempo per non finire all’inferno”. “Voi avete avuto un papà ed una mamma – prosegue Papa Francesco – pensate a loro. Piangete un po’ e convertitevi”. Prima ancora aveva condiviso la speranza “che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione” e il dolore per la morte di un bimbo nell’agguato di Taranto: “Grazie per la vostra testimonianza, perché non vi siete chiusi, ma vi siete aperti, siete usciti, per raccontare la vostra storia di dolore e di speranza. Questo è tanto importante, specialmente per i giovani!”. All’inizio della cerimonia, era giunta chiara la richiesta di Stefania Grasso, figlia di Vincenzo, commerciante ucciso a Locri nel 1994, vittima della mafia. “Ci guardi Santo Padre” – ripete più volte – “guardi i segni della loro assenza e del loro coraggio”: “… guardi e legga nel nostro cuore la speranza di coloro che sono certi che le cose possono cambiare, e per questo continuano a combattere”. Battagliero è anche don Luigi Ciotti che ricorda il lacerante bisogno di verità – il 70% delle famiglie, afferma, non conosce quale sia – e di giustizia che accomuna i presenti. Vittime anche per caso – ricorda il sacerdote – che si sono trovate in mezzo ad un conflitto a fuoco, oppure che non si sono voltate dall’altra parte: “Le ricordiamo tutte perché lo spirito di giustizia e verità che ha animato la loro esistenza è ancora vivo. Lo sentiamo sorreggere le nostre speranze e accompagnare il nostro impegno. Chi perde la vita per la giustizia e la verità dona vita, è lui stesso vita”. E don Luigi ricorda pure chi ha subito sulla propria pelle gli affari sporchi della criminalità: le vittime sul lavoro, persone non tutelate; quelle colpite dai tumori in territori avvelenati dai rifiuti tossici; chi ha usato droghe comprate dai mercanti di morte; gli immigrati annegati nel mare o caduti nei deserti; le donne vittime della tratta. “Ma vittime sono anche i ‘morti vivi’. Quante persone ‘uccise’ dentro! Quante persone a cui le mafie hanno tolto la dignità e la libertà, persone ricattate, impaurite, svuotate. Le mafie – la corruzione, l’illegalità – assassinano la speranza!”. Eppure c’è chi nella Chiesa è stato una luce – afferma don Ciotti – nonostante “silenzi, resistenze, sottovalutazioni, eccessi di prudenza, parole di circostanza”. Ma una Chiesa che “interferisce” c’è, è una Chiesa che denuncia “l’incompatibilità tra mafie e Vangelo”, che proclama l’annuncio di salvezza, la Parola di vita. Luci sono, solo per ricordarne alcuni, don Pino Puglisi e don Peppe Diana, la cui stola viene indossata dal Papa per la benedizione dei familiari. A loro si aggiungono giornalisti, magistrati, amministratori onesti, cittadini che si sono ribellati, ma – sottolinea con forza don Luigi – non vanno lasciati soli! Serve uno scatto da parte di tutti, in particolare della politica che si occupa di bene comune. Bisogna rafforzare la confisca delle proprietà delle mafie, incentivare i percorsi coraggiosi dei testimoni di giustizia: “Oggi dobbiamo dirci con forza insieme che è come se avessero sparato su di noi. Opponiamo al grido di dolore per le persone care che qui ricordiamo, la Parola della Vita”. E poi il lungo elenco di 842 nomi, tra di loro ci sono anche 80 bambini … (Lettura dei nomi) Francesco ascolta assorto, con le mani giunte e il capo abbassato. Rosaria, vedova dell’agente Vito Schifani, ucciso nell’attentato di Capaci nel quale perse la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta, ha parole di ringraziamento: “Grazie, Gesù, perché in questi anni non mi sono mai persa d’animo. Grazie, Gesù!”. Allora, aveva solo 22 anni e un bimbo piccolo: fu lei nel corso dei funerali a commuovere l’Italia perdonando, nel tormento e nel dolore di quel momento, i mafiosi che avrebbero scelto di pentirsi. Legge gli ultimi nomi anche l’ex procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, amico dei giudici Falcone e Borsellino. Nella parrocchia, le presenze di quelle vittime sono carne viva. Ogni nome è un sogno spezzato, un desiderio mai realizzato, una mancanza che lascia senza fiato ma la ricerca di giustizia e di verità guida la vita di chi resta, rende forte anche chi vorrebbe soltanto piangere lacrime.

 

www.news.va/it

 

 

 

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God bless you !

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