Esaltazione Santa Croce

‘Mai un uomo può scoprire la sua dignità, meglio che allo specchio della Croce, la quale mostra te a te stesso, come tu debba abbassare il tuo orgoglio, mortificare la lascivia della tua carne, pregare il Padre per coloro che ti perseguitano e affidare alle sue mani il tuo spirito’.

s. Antonio da Padova

Esaltazione s.Croce

 

 

Per cercare di distinguerne i lineamenti bisogna avvicinarsi fino agli scalini del presbiterio, aguzzando lo sguardo già un pochino assuefatto alla penombra della basilica del Santo: è il grande crocifisso bronzeo di Donatello (1467).

Il capolavoro non si ispira naturalmente ai crocifissi duecenteschi carichi di spasmodica tensione fisica, tuttavia mantiene integro il dramma dell’’Uomo dei dolori’.

Sant’Antonio, formatosi per lunghi anni nell’abbazia di Santa Croce di Coimbra, è un vero mistico della Croce; egli contempla Cristo quale sposo sofferente inchiodato al legno, che attira l’anima e la fa penetrare nel proprio costato squarciato fino a farvi – stando a una similitudine del Santo –il nido in cui riposare.

Pertanto, l’invito di s.Antonio al pellegrino è subito chiaro: ‘Alziamo dunque i nostri occhi e guardiamo all’autore della nostra salvezza Gesù Cristo (Eb.12,2).

Consideriamo il Signore nostro, appeso alla croce, confitto con i chiodi’.

 

L’appello di Antonio di alzare lo sguardo al crocifisso è davvero originale e coinvolgente : ‘Egli è sospeso davanti a te per invitarti a soffrire insieme con lui’, ma purtroppo ‘a questo dolore nessuno presta attenzione, anzi neppure lo si conosce’.

 

Impressiona questo accenno di Antonio al rischio di un dolore divino al quale nessun altro dolore si avvicina e al quale nessuno sembra fare caso.

Sono parole tratte dal Sermone composto dal Santo per la festa della ‘Invenzione (rinvenimento) ed esaltazione (celebrazione) della Santa Croce’.

La festa ricorre il 14 settembre, in ricordo del ritrovamento della croce di Gesù da parte di s.Elena, madre dell’imperatore Costantino e del patriarca di Gerusalemme Macarios, nel IV° secolo.

 

Per il rinvenimento della reliquia si fece festa come per il ritrovamento di un tesoro di famiglia, lungamente cercato.

Da allora frammenti della vera Croce partirono per tutte le direzioni del mondo al seguito di prelati, pellegrini, di crociati; frammenti talvolta abbassati a talismani pro o contro qualcuno, o ad ambitissima merce di scambio, o ancora incastonati dentro croci preziose.

Ma a noi interessa il crocifisso al cui cospetto s.Antonio esclama: ‘Ecco il dolore! Io mi aspettavo che pronunciasse contro di sé una condanna’, che si desse cioè alla penitenza, ‘ed ecco invece iniquità; aspettavo giustizia’ verso il prossimo ‘ed ecco invece le grida’ degli oppressi (Isaia 5,7)’.

 

Secondo il Santo dunque, lo stare davanti al crocifisso non destabilizza la coscienza: ‘E non solo si comportano iniquamente davanti a Dio, ma gridano all’esterno contro il prossimo, peccano cioè anche in pubblico’.

Insomma, siamo inguaribilmente superficiali: talora ‘guardiamo’ il dolore di Dio per noi ma, come dice s.Antonio, ‘subito quando ne distogliamo lo sguardo, ce ne allontaniamo anche con il cuore e ritorniamo al riso’, cioè all’insignificanza, al nulla.

 

Viene però per tutti il momento in cui bisogna essere ‘seri’ davanti al dolore di se stessi, di Dio e degli altri.

Non è dolorismo, né una visione sprezzante della vita, ma semplicemente il riconoscimento umile e appassionato del valore redentivo di ogni dono di se stessi attraverso le innumerevoli croci di una vita.

 

‘Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo’ pregava san Francesco, interiormente catturato da tutto ciò che aveva forma o parvenza di croce, dalla stessa rozza tonaca che indossava fino ai due stecchi casualmente incrociati a terra o su di una siepe.

Per non dire della croce del lebbroso e del mendicante.

 

Ma torniamo alla celebrazione dell’esaltazione della Santa Croce.

Come attualizzare il senso di questa festa oggi? Innanzitutto attraverso il superamento dello ‘scandalo’ di ritrovarci creature deboli e consegnate al dolore e l’accettazione della debolezza della croce: nella malattia, nella solitudine, nella morte che viene.

Poi, nel disseppellimento della croce dalle macerie, di una pratica religiosa esteriore, che non conosce il Vangelo della compassione, dell’amore, del perdono.

 

Papa Francesco (lui, il Papa che è andato a Lampedusa, in mezzo agli scampati alla violenza del mare, della fame..) ci direbbe di disseppellirla anche dalle dorature e dai fini ceselli con i quali l’abbiamo spesso, anche con le più sante intenzioni, ricoperta fino alla parodia, cercandola invece nel cuore dei più poveri.

 

Padre Danilo Salezze

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