Tra le pieghe del silenzio

Non una lezione, né una semplice conferenza: quella che Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, proporrà nel corso del Festivaletteratura di Mantova sarà una vera e propria esperienza di immersione nel silenzio.

 

L’incontro è in programma nella serata di sabato 7 settembre, a partire dalle ore 22.30, presso il Chiostro di Santa Paola ed è l’esito di un progetto realizzato durante lo scorso anno in collaborazione con p.o.p. produzioni di Marco Olivieri, Fabrizio Orlandi e Claudio Ponzana.

 

 

“Tra le pieghe del silenzio” (questo il titolo dell’evento) è infatti un viaggio acustico tra i boschi che circondano Bose e le celle dei monaci, passando per gli spazi comuni in cui risuonano, misuratissime, le parole del priore.

 

Il risultato è la riappropriazione di una dimensione originaria, in cui il silenzio delle parole si trasforma in silenzio della profondità, consentendo un’esplorazione soggettiva e collettiva, metafora di una ricerca lontana che affonda le radici nella scelta della solitudine, ma anche nella vita comunitaria dei primi cristiani, nei monaci buddhisti come nel samadhi induista. Nella stessa direzione il giorno successivo, domenica 8 settembre, Enzo Bianchi tornerà a intervenire presso la Basilica palatina di Santa Barbara per una riflessione sul tema delle genealogie (“Memoria dalle origini e del futuro”, ore 10). Per maggiori informazioni www.festivaletteratura.it

Se nella nostra società «l’uomo è diventato un’appendice del rumore» (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”.

 

Impresa certo non semplice, se già Eraclito definiva i propri simili come «incapaci di ascoltare e di parlare»: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente.

La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica.

«La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si intendeva – ha per padre il silenzio e per madre la solitudine».

Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di presenza all’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole.

Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive.

Ora, «quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio» (Susan Sontag). Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista prettamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio.

Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò «la voce di un silenzio sottile» (1Re 19,12).

Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è «la Parola che procede dal silenzio».

Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale.

«Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali» (Dietrich Bonhoeffer).

Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, disciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore.

È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro.
Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole.

Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello.

«Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta», aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente.

Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l’unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica come per quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona intera.

Proviamo allora a ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio: riusciremo a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a discernere i suoni impercettibili della presenza di altre creature accanto a noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di parole, ad avere intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli eventi – e, finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando parlano al nostro cuore e alla nostra mente, e non solo ai nostri orecchi.

​​

 

Enzo Bianchi

Avvenire

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2 thoughts on “Tra le pieghe del silenzio

  1. Ciao, faccio difficoltà, visti i miei trascorsi infantili in orfanotrofio con le suore ad approciarmi alla fede ma ci sto provando, leggendo i tuoi post ed ascoltando le parole di Papa Francesco che mi dà la sensazione di non essere più sola. Un bacio e scusa lo sfogo…

God bless you !

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