Il rischio di essere felici

Inizio questi articoli sul ‘Credo’ così: la fede è il rischio di essere felici.

La lieta notizia che apre la lieta notizia, quasi un raddoppio di vangelo, è kaire, rallegrati, Maria, sii felice.

Non è Maria a essere felice, è la sua fede. Lo confermano Elisabetta, beata te che hai creduto, e Gesù a Tommaso, beati quanti crederanno.

Nella fede affiora una beatitudine pronta a fiorire, brucia un nucleo intatto di felicità. E’ tempo di parlare della gioia di credere.

Perché credere fa bene.

Aver fede, porre fiducia in qualcuno, uomo o Dio, è generativo di umanità, raddoppia la vita, porta un’esultanza di incontri, una promessa di eternità per l’amore. Il nostro cuore è  a casa: il rischio di essere felici.

Credere è una forza che cambia la vita, non affermazione di verità, ma un atto umanissimo, vitale, che tende alla vita. La fede fa bene, fa bene alla vita, alla vita piena.

Ma prima di tutto: che cosa dico quando dico ‘credo’?

Credere significa aderire al Signore, così come un bambino aderisce al petto della madre. Credere in Dio è stringersi a Lui come il bimbo che si tiene stretto alla sua sorgente di vita, che si attacca a quella che gli appare all’inizio solo come la collina del latte, ma dinanzi alla quale poi i suoi occhi si alzano, alla ricerca degli occhi della madre, nel tentativo di contemplare colei che lo contempla.

Estasi: stringiTi in noi/ stringi noi in Te. (Testori).

La fede porta l’immagine del salmo 130,2: Io sono tranquillo e sereno, come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Come un bambino che ha totale fiducia nella madre e questo non soltanto lo rende ‘tranquillo e sereno’, ma fa bene all’intera sua vita.

Noi tutti ci umanizziamo per relazioni di fiducia negli altri, a cominciare dai genitori; viviamo e diventiamo umani intessendo legami di fiducia reciproca.

Senza fede in qualcuno o in qualcosa la vita stessa diventa impossibile.

Senza legami scivoliamo nella perdutezza.

Solo pochi decenni fa credere era ovvio, un dato scontato, permeava il vivere familiare e civile. L’attuale crisi di fede va però guardata con fiducia.

Dentro la sua fragilità possiamo intuire come le doglie di un parto, come il passaggio dall’inverno alla primavera, come l’aprirsi di una stagione totalmente inedita, che porta il sole di una fede più libera e autentica, vissuta e gioiosa, un cristianesimo di grazia e libertà, credenti molto più convinti.

Io non rimpiango forme, linguaggi, apparati, condizionamenti del passato, neppure i numeri della fede.

Tantomeno un Dio presentato come un potente che invade, scortato da un corteo di paure. Ben vengano certe scosse di primavera a smantellare ciò che merita di essere cancellato.

La crisi attuale, però, incomincia dalla crisi dell’atto umano del credere, è il frutto di una crisi di fiducia in se stessi, nell’uomo, negli altri, nel futuro.

Lo possiamo intuire drammaticamente nella crisi che attraversano tante storie d’amore, in tanti legami che non reggono, nelle lacerazioni degli affetti.

Oggi molti non credono più nell’amore.

Invece la differenza cristiana dice: noi siamo quelli che hanno creduto all’amore di Dio (1Gv.4,16).

Ogni credente è un credente nell’amore, un risvegliatore di fiducia, un rianimatore di legami, uno che aiuta gli uomini a ritrovare fede in se stessi, negli altri, nella vita, nell’amore.

Poi, dentro l’atto umano del credere, anche la fede in Dio troverà terreno.

Se nella carne del mio quotidiano, nelle ore di lavoro o negli incontri del giorno, io costruisco legami di fiducia, se sono affidabile e credibile, se metto in rete fedeltà e generosità, se allargo il numero dei fiduciosi e dei generosi, allora per la mia città, per la mia famiglia, per la gente che mi è affidata, io divento una porta fidei, porta della fede, spazio per l’ingresso di Dio nel mondo.

p.Ermes Ronchi

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God bless you !

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