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L’uomo contemporaneo galleggia in mezzo al mare, in una notte senza stelle.

Se Dante, all’inizio della Divina Commedia, descriveva la sua condizione di smarrimento spirituale come una selva oscura dalla quale, in qualche modo, poteva trovare una via di uscita, l’uomo moderno versa in uno stato di malessere e instabilità, come un naufrago tra i flutti, che sale e scende in balia delle onde.

Si è persi nella perdizione, si erra nell’erranza.

La misericordia comporta un ‘portare’ l’altro, l’altro esausto, ferito, impaurito.
Non importa se è per colpa sua che si trova così.

 

 

Mauro Giuseppe Lepori
Pecore pesanti e fratelli fluttuanti
Dipinto La Santa Faz di El Greco

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Per me è la stessa sensazione ogni volta che ci risiamo, a ogni cambio di calendario.
Ma per quel che ne posso sapere, mi sa che è la stessa storia tutte le volte che ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo nella nostra vita, bello o spiacevole che sia.
E’come essere seduti davanti a un tavolo, da dove, unico oggetto che vi è adagiato, ci guarda un foglio. E il ‘bastardo’ sa che siamo in difficoltà e ne gode sadicamente.
Perché è un foglio bianco, un posto da dove tutte le parole scritte se ne sono andate via.
Lasciandoci inesorabilmente e senza alcuna pietà soli, senza che il nostro sguardo possa trovare un appiglio, uno qualsiasi.
Senza che il nostro sacrosanto bisogno di sicurezze, anzi, di certezze possa distendersi dentro una frase, nel conforto di una frase che ci faccia dire: ecco, da qui si può, questo è il nostro sentiero oltre la linea d’ombra, partiamo.

Perché tutto non è già ben scritto?
Perché quando veniamo al mondo non ci forniscono anche le istruzioni per l’uso?
Perché ogni volta ci fanno partecipare a una caccia al tesoro, con troppi indizi scritti in maniera astrusa e mappe indecifrabili?
Perché chi sa te lo dice solo alla fine, o al massimo centellinando le informazioni?

Poi le parole, davanti ai nostri occhi, cominciano ad affiorare dal bianco e, come rami in impercettibile crescita, vanno a occupare tutta la pagina.
Parole che non rendono ragione dell’attesa, ottimistica in un ‘anno migliore’.
Perché condannate a ripetere, in un ossessivo ‘copia e incolla’, quelle dell’anno appena andato: paura, terrorismo, difficoltà economiche, morti innocenti, guerre, disastri ambientali, violenze, disuguaglianze sociali, brutte malattie, scandali, infedeltà.

Ma anche solo l’inesorabile trascorrere degli anni, pure di quelli segnati nella propria carta d’identità. Ce n’è anche di troppo per sporcare la nostra pagina!
Come far sì, anche sgomitando quanto serve, che tra queste ci stiano anche ‘altre’ parole? Ma se sono parole deboli, fragili, indifese, tanto quanto insolite, non famose né ambite o ricercate, non è questa una partita persa in partenza?
A chi volete che interessino perdono, misericordia, solidarietà, gratuità, dono di sé, povertà, uguaglianza, silenzio, preghiera, autenticità?

Parole in cerca d’autore, non divino, che questo sappiamo chi è, ma del partner umano. Di ciascuno di noi. Perché il bene, che non è una cosa astratta che non si sa neanche dove stia, ma è quello che giorno per giorno ognuno di noi potrebbe cercare di fare, sembra predestinato alla sconfitta?

Oh, l’insostenibile strazio per la debolezza del bene, che pare non vincere mai!
Perché è affidato proprio a noi?
A noi che siamo impacciati peggio di bambini in fatto di valori, più o meno fermi all’età della pietra quanto a emozioni, e camminiamo in carenza di speranza, che è invece l’ossigeno dei cristiani? Il buon Dio, che so? non poteva scegliersi il cardellino del Turkmenistan o la capra di montagna del Tibet, o almeno qualcuno di migliore tra noi poveri umani? E invece ha scelto proprio la creatura più scalcinata che esista in natura.
Dove sta l’imbroglio?

Il bene è una parola piccola piccola, nemmeno calcata sulla pagina.
Ma era la parola preferita da Gesù e che aveva ingaggiati pure san Francesco e sant’Antonio. Così piccola, lo noto solo adesso, da starci in qualsiasi pagina pur già ingombra di ben altre parolone.
E proprio perché piccola e fragile – ‘un tesoro in vasi di creta’ direbbe
s.Paolo (2Cor.4,7) -, posso paradossalmente farmene carico anche in questo nuovo anno appena iniziato:

‘Dimentica la tua offerta perfetta
in ogni cosa c’è una fessura
è così che passa la luce.’

Leonard Cohen- Anthem

Che il buon Dio ci accompagni!

 

 

fra Fabio Scarsato
direttore Messaggero sant’Antonio

Immagine dal sito graceupongrace.tumblr.com

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Questa storia versione canzone, credo meriti di essere letta con attenzione:

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Stiamo tutti bene (x 6 volte)

Ciao, mi chiamo Mario e ho 7 anni
7 e mezzo per la precisione
mi piace il sole, l’amicizia, le persone buone
il calcio, le canzoni allegre ed il profumo buono della pelle di mia madre
papà mio è da qualche mese che non torna
ma guai a parlarne con qualcuno
specialmente con la mamma
perché si sente male
grida, piange e non la smette più
e per tre giorni si nasconde e non si fa vedere.

Ma oggi è un giorno felice
che qui è arrivato un pallone
e finalmente potrò diventare forte
e fare il calciatore
so già palleggiare
con i sassi è diverso
ma sono avvantaggiato
perché corro forte
come il vento.
E allora volo alla radura
insieme agli altri bambini
chi arriva ultimo in porta
sai che rottura di co…
arrivo primo, come sempre
e allora sono attaccante
scarto, dribblo, tiro in porta
ed il portiere non può farci niente
poi da più lontano sento
‘Mario vieni qua
prendiamo tutto quel che abbiamo
e raggiungiamo papà’
mamma, proprio adesso, sto tirando un rigore
ma non c’è verso
ce ne andiamo, meglio non polemizzare.

Stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
tutto molto bene
come si conviene.

Stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
non c’è nulla per cui ci dobbiamo preoccupare
e scomodare
Ma guarda te a jella proprio a me doveva capitare
quattro giorni su sta barca, intorno ancora solo mare
ma ti pare giusto
uno va in vacanza per la prima volta
e quelli lì davanti son capaci di sbagliare rotta
che poi a chiamarla barca
ci vuole un bel coraggio
stare in tre
seduti in mezzo metro di spazio
è come me e gli altri 200
tutti intenti a pregare
ed io vorrei soltanto alzarmi e palleggiare.

Ma se soltanto sporgo anche di un centimetro il piede
questo davanti si sveglia
e inizia a dire che ha sete
io ho pure sete, fame, sonno
e mi fa male la schiena
ma non c’è mica bisogno
di fare tutta sta scena
E poi c’è questo di fianco
che ha chiuso gli occhi
non li apre più
è da due giorni che dorme
che pare non respiri
non ho mai visto nessuno dormire così tanto
ho chiesto a mamma
e ha detto che era proprio stanco.

Boh, tre giorni fa
ne hanno buttato una ventina in mare
mamma dice che volevano nuotare
io li sentivo gridare
e non sembravano allegri
ma almeno adesso ho un po’ di spazio
per i piedi.
È il sesto giorno
adesso dormo, pure mamma e un tipo magro
qualcosina più in là grida che vede la Madonna
e questa barca adesso puzza di benzina e di morte
e mamma ha detto di non farci caso
e di essere forte
e di fare il bravo bambino
e star seduto qua
che mamma adesso s’addormenta
e raggiunge papà
però piangeva e si sforzava di sorridere
forse era proprio tanto stanca pure lei.

E c’è un silenzio tutto intorno
che mi mette paura
s’è fatta notte, ho freddo
e in cielo non c’è neanche la luna
gente grida, chiede aiuto
ma nessuno risponde
mi guardo intorno e neanche a dirlo
vedo sempre e solo onde
dopo onde, ancora onde
allora onde evitare di addormentarmi come gli altri
ed esser buttato in mare
mi unisco al coro della barca
e inizio a piangere e gridare
non ho forza, chiudo gli occhi
e non so neanche nuotare.

Stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
Stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
stiamo tutti bene
Stiamo tutti bene.

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E’ la notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996. Sette monaci trappisti vengono rapiti da uomini armati. Si tratta di Christian de Chergé, Luc Docher, Christophe Lebreton, Michel Fleury, Bruno Lemarchand, Celestin Ringeard e Paul Favre-Miville. Il sequestro è stato rivendicato, un mese dopo, da estremisti islamisti del Gruppo Islamico Armato (Gia). Dopo inutili trattative, il 21 maggio i terroristi hanno annunciato l’uccisione dei monaci, di cui sono state ritrovate solo le teste decapitate. Le circostanze esatte della loro morte non sono mai state completamente chiarite e, nel 2013, la magistratura francese ha riaperto le indagini. Nel suo testamento spirituale, stilato tra il dicembre 1993 e il gennaio 1994, il priore frère Christian de Chergé scrive: “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese. Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza e nell’anonimato”.

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Il ricordo di Papa Francesco dei monaci di Tibhirine
Papa Francesco ha ricordato la drammatica storia dei monaci di Tibhirine, nella prefazione di un libro, L’héritage (a cura di Christophe Henning, Paris, Bayard, 2016). “I sette monaci di Tibhirine – scrive il Santo Padre – sono stati assassinati dopo lunghi giorni di sequestro, vittime della lotta fratricida che dilaniava il Paese”. “Ma gli assassini – aggiunge il Papa – non hanno preso loro la vita: l’avevano donata in anticipo, proprio come gli altri dodici religiosi e religiose, tra i quali il nostro fratello vescovo Pierre Claverie, ucciso in Algeria durante quegli anni bui”. “Siamo invitati – si legge ancora nella prefazione – ad essere a nostra volta segni di semplicità e di misericordia, nell’esercizio quotidiano del dono di sé, sull’esempio di Cristo. Non ci sarà altro modo di combattere il male che tesse la sua tela nel nostro mondo. A Tibhirine si viveva il dialogo della vita con i musulmani; noi, cristiani, vogliamo andare incontro all’altro, chiunque egli sia, per allacciare quell’amicizia spirituale e quel dialogo fraterno che potranno vincere la violenza”. “Per conquistare il cuore dell’uomo, bisogna amare, confidava fratel Christophe, il più giovane della comunità. Ecco il messaggio – scrive il Papa – che possiamo serbare nel nostro cuore. È semplice e grande: sull’esempio di Gesù, fare della nostra vita un Ti amo”.

 

Il martirio di mons. Pierre Claverie
Settanta giorni dopo il brutale assassinio dei sette monaci della comunità di Tibhirine, viene ucciso, sempre in Algeria, mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano. E’ vittima a 58 anni – insieme con il suo autista musulmano – di un attentato mentre rientrava in auto, alla sera, nella sua residenza. Due mesi prima di morire aveva detto in una omelia: “Dopo l’inizio del dramma algerino mi è stato chiesto più di una volta: ‘Ma cosa ci fate laggiù? Perché rimanete in quel Paese? Scuotete finalmente la polvere dai vostri calzari e tornatevene a casa’. Ma dov’è davvero la nostra casa? Noi siamo in Algeria per amore di questo Messia crocifisso solo e unicamente per amore suo, non abbiamo alcun interesse da salvare, alcuna influenza da difendere; non siamo stati spinti da alcuna perversione masochista, non abbiamo alcun potere, ma siamo laggiù come al capezzale di un amico, di un fratello, ammalato, in silenzio, stringendogli la mano solo per amore di Gesù, poiché è lui che sta soffrendo a motivo di questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso nuovamente nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, la madre e l’apostolo Giovanni, anche noi ci troviamo ai piedi della Croce su cui Gesù muore abbandonato dai suoi e schernito dalla folla. Non è forse il dovere di ogni cristiano essere presente nei luoghi dove qualcuno viene respinto e abbandonato?”.

Fonte Vatican news

 

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“Non c’è vera umiltà senza umiliazione”.

E’ il cuore dell’omelia di Papa Francesco stamani alla Messa a Casa Santa Marta. Una riflessione che parte dalla figura del re Davide , al centro della Prima Lettura odierna.

Il grande Davide era anche un peccatore
Davide infatti è “un grande”: aveva vinto il filisteo, aveva “un’anima nobile” perché per due volte avrebbe potuto uccidere Saul e non l’aveva fatto ma anche un peccatore, aveva “peccati grossi” : “quello dell’adulterio e dell’assassinio di Uria”, il marito di Betsabea, “quello del censimento”. Eppure – nota Francesco – la Chiesa lo venera come santo “perché si è lasciato trasformare dal Signore, si è lasciato perdonare”, si è pentito, e per “quella capacità non tanto facile di riconoscere di essere peccatore: ‘Sono peccatore’”.

Davide umiliato
In particolare la Prima Lettura è incentrata sull’umiliazione di Davide: suo figlio Assalonne “fa la rivoluzione contro di lui”. Proprio lui, il figlio, “uscito dalle mie viscere”. In quel momento Davide non pensa “alla propria pelle” ma a salvare il popolo, il Tempio, l’Arca. E fugge: “ un gesto che sembra da codardo ma è coraggioso”, sottolinea il Papa . Piangeva, camminando con il capo coperto e i piedi scalzi.

Davide si lascia insultare
Ma il grande Davide viene anche umiliato non solo con la sconfitta e la fuga ma anche con l’insulto. Durante la fuga, un uomo, Simeì, lo insulta dicendogli che il Signore aveva fatto ricadere su di lui tutto sangue della casa di Saul – “al posto del quale regni” – e messo il regno nelle mani di suo figlio Assalonne: “eccoti nella tua rovina – affermava – perché sei un sanguinario”. Davide lo lascia fare nonostante i suoi volessero difenderlo: “E’ il Signore che ispira di insultarmi”, forse “questo insulto commuoverà il cuore del Signore e mi benedirà”.

L’umiltà prêt-à-porter non salva
“Davide saliva l’erta degli ulivi”, dice ancora la Parola. Questa – nota il Papa – è profezia di Gesù che sale il Calvario per dare la vita: insultato, lasciato da parte. Il riferimento è proprio all’umiltà di Gesù.
Alle volte, noi pensiamo che l’umiltà è andare tranquilli, andare forse a testa bassa guardando il pavimento … ma anche i maiali camminano a testa bassa: questa non è umiltà. Questa è quell’umiltà finta, prêt-à-porter, che non salva né custodisce il cuore. E’ buono che noi pensiamo questo: non c’è vera umiltà senza umiliazione, e se tu non sei capace di tollerare, di portare sulle spalle un’umiliazione, tu non sei umile: fai finta, ma non lo sei.

La strada è portare le umiliazioni in speranza
Davide carica sulle sue spalle i propri peccati. “Davide è Santo; Gesù, con la santità di Dio, è proprio Santo”, dice il Papa e aggiunge: “Davide è peccatore, Gesù è peccatore ma con i nostri peccati. Ma tutti e due, umiliati”.
Sempre c’è la tentazione di lottare contro quello che ci calunnia, contro quello che ci fa l’umiliazione, che ci fa passare vergogna, come questo Simeì. E Davide dice: “No”. Il Signore dice: “No”. Quella non è la strada. La strada è quella di Gesù, profetizzata da Davide: portare le umiliazioni. “Forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi”: portare le umiliazioni in speranza.

Non c’è umiltà senza umiliazione
Francesco però avverte che l’umiltà non è giustificarsi subito di fronte all’offesa, cercando di sembrare buono: “se non sai vivere una umiliazione, tu non sei umile”, ammonisce. “Questa è la regola d’oro”.
Chiediamo al Signore la grazia dell’umiltà, ma con umiliazioni. C’era quella suora che diceva: “Io sono umile, sì, ma umiliata, mai!”. No, no! Non c’è umiltà senza umiliazione. Chiediamo questa grazia. E anche, se qualcuno è coraggioso, può chiedere – come ci insegna Sant’Ignazio – può chiedere al Signore che gli invii umiliazioni, per assomigliare di più al Signore.

Papa Francesco
Omelia Santa Marta _ 29 gennaio 2018

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Un piccolo estratto dal libro che – a mio parere – ne giustifica e sostiene la lettura …

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La memoria è il vaccino contro l’indifferenza.

Liliana Segre