Espresso for the mind

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Accorgersi degli altri


Adamo è già qui

Prima di creare l’uomo pare che Dio abbia consultato gli Angeli sottoponendo alla loro attenzione ‘il progetto uomo’ e sollecitando un parere al riguardo.
Gli esiti del consulto sono riferiti da un suggestivo racconto del midrashim (uno dei metodi di interpretazione e commento dei testi sacri ebraici) secondo il quale il ‘plurale’ si riferirebbe a Dio e agli Angeli con i quali Egli discusse la creazione dell’Adam.
Le cose sarebbero andate più o meno così.

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Gli Angeli dell’Amore (hessed) espressero senza esitazione parere favorevole.
L’uomo sarebbe stato capace di amare.
Quindi conveniva crearlo.
Di tutt’altro avviso furono gli Angeli della Verità (emet).
L’uomo sarà una fabbrica di menzogne e falsità e introdurrà il disordine nel mondo.
Meglio accantonare l’idea.
Gli Angeli della Giustizia (tsedeq) dissero invece che sarebbe stato bello mettere al mondo un essere con la passione della giustizia e soprattutto con la capacità di realizzarla.
Ma gli Angeli della Pace (shalom) si affrettarono a manifestare il loro dissenso.
Questa creatura sarà rissosa, prenderà gusto a seminare discordie e scatenare guerre.
Tirate le somme, si contarono due a favore della creazione e due contrari.
Amore e Giustizia insistettero per la sua creazione.
Verità e Pace vi si opposero decisamente, avvertendo un rischio che avrebbe potuto compromettere l’armonia dell’universo.
Tra gli Angeli si intrecciò subito una fitta e animata discussione, con molti argomenti sia a favore che contrari.

Ma a un certo punto, Dio sembrò stancarsi di quel dibattito che minacciava di protrarsi all’infinito e si allontanò pensoso. Quando ritornò poiché i suoi consiglieri non avevano ancora trovato un accordo, impose il silenzio e annunciò: ‘Non è il caso che continuiate a discutere, tanto l’uomo è già fatto. Adamo è già qui’.
Dio si era assunto personalmente la responsabilità della creazione dell’uomo.

Uno scrittore ebraico ha così commentato:
‘Sì, l’uomo è un essere impossibile, inspiegabile. Eppure quest’essere impossibile esiste.
Si trova lì mentre sto deliberando per sapere se merita di esistere.
L’esistenza precede, nell’uomo, la giustificazione di questa esistenza.
Sono lì, e non so perché, né per quale merito, il significato della mia esistenza, invece di precedermi, viene dopo’. (Albin Michel – Présence du judaisme).

Sono io in fondo, che devo giustificare la mia esistenza.
Che devo dimostrare se Dio ha fatto bene o ha fatto male a creare l’uomo.
Che devo legittimare il rischio di Dio.
Io sono chiamato a dare ragione a Dio.
Una bellissima interpretazione rabbinica spiega come il plurale ‘facciamo l’uomo’ non sia né un plurale maiestatico e neppure si indirizzi agli Angeli consiglieri, i cui poveri sono discordi, ma si indirizzi all’uomo stesso.
Quasi a dire: aiutami a realizzare questo progetto, collabora per smentire gli esperti che fanno fosche previsioni sulla tua riuscita.
L’uomo diventa così collaboratore di Dio per la realizzazione del progetto che lo riguarda.
In un certo senso, Dio ha bisogno di lavorare insieme all’uomo perché il capolavoro riesca.

Per poco che mi esamini, non trovo validi motivi per dare ragione a Dio e non posso, onestamente, sostenere che l’opera sia riuscita.
Ma c’è sempre una possibilità ….
Allora sgorga dal cuore un’invocazione:
“Signore, non lasciare a metà l’opera delle Tue mani …”.
Salmo 137,8

Domenico Fantin


Un’obbedienza in piedi

Il 1° marzo 1958 il quindicinale Adesso, ispirato da don Primo Mazzolari pubblica una lettera indirizzata ai vescovi della Val Padana. Il documento porta la firma di una decina di preti cremonesi e bresciani, ma l’autore è chiaramente il parroco di Bozzolo.
L’intento della lettera è quello di risvegliare le coscienze dei vescovi sulla triste situazione dei lavoratori agricoli nella pianura lombarda. Si denuncia l’esodo del mondo rurale che diserta le chiese perché non sente la vicinanza della Chiesa. Sono soprattutto le condizioni di lavoro a destare preoccupazione: “Il salario di un contadino, casa compresa e le altre aggiunte, è inferiore alla paga dell’ultimo manovale dell’industria” – denuncia la Lettera. La paga dei braccianti è da fame, le loro famiglie vivono spesso in stalle o catapecchie, le paghe non corrispondono alle ore effettive di lavoro svolto, mancano tutele in caso di malattia… e la Chiesa può starsene a guardare?
I vescovi interpreteranno l’iniziativa di Mazzolari come mancanza di fiducia nel loro ruolo di guide. E interverranno duramente nei confronti di don Primo, facendo pressioni su mons. Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, perché intervenisse a richiamare il prete cremonese (gennaio 1959).
La presente lettera, inviata al vescovo di Cremona mons. Danio Bolognini, rappresenta una difesa da parte di don Mazzolari di fronte alle incomprensioni suscitate all’interno del mondo cattolico.

 

Eccellenza,
tra i sacerdoti della nostra diocesi circolano dei pesanti giudizi a voi attribuiti sulla Lettera ai Vescovi della Val Padana, di cui non mi vergogno di dichiararmi l’estensore.
Premetto che molti parroci di diverse diocesi, i quali hanno potuto leggere La lettera, domandano l’onore di sottoscrivere un documento, “tanto parco nella sua equità quanto fiducioso e devoto nella sua urgenza”. Anche in campo sindacale incontrò larghi consensi, provocando, più presto del previsto, alcune migliorie previdenziali a favore dei salariati e dei braccianti.
Parecchi settimanali diocesani l’hanno riprodotta, e la Voce Cattolica di Brescia si è persino rallegrata che tra i firmatari figurassero alquanti sacerdoti bresciani.
L’on. Giulio Pastore, segretario nazionale dei Liberi Sindacati ed oggi Ministro delle Zone Depresse, l’ha citata in parecchi suoi discorsi e in un recente scritto, riassunto dall’ANSA: “Questo è un problema”.
Gli stessi avversari ne parlarono rispettosamente, anche se da certi silenzi e da certi malumori di casa nostra non ben contenuti e poco opportuni, cercarono di cavarne, senza riuscirci, un tornaconto elettorale.
Ognuno è libero di pensare ciò che vuole di quel pubblico appello ai Vescovi, specialmente un Vescovo, il quale può avere motivi personalissimi e, dentro certi limiti, tutti ragionevoli e più che rispettabili.

Quello che soprattutto mi sorprende e mi fa pena nelle espressioni che vi vengono attribuite, è l’affermazione che il problema non riguardi i Vescovi e che quindi la “lettera” porti un indirizzo sbagliato: secondariamente, che don Mazzolari con tale iniziativa abbia disonorato la diocesi.
Eccellenza, i salariati e i braccianti fanno metà della nostra diocesi, e voi che siete uomo di cuore e venite da quella parte, non potete essere certamente soddisfatto di Visite pastorali che si limitano a controllare dei numeri, a interrogare dei fanciulli, a benedire esigue schiere di Azione Cattolica, a raccomandare la pazienza a della povera gente, che sta perdendo, se pur non l’ha perduta, la fiducia nella religione e nei sacerdoti, pur conservando alcune abitudini rituali.
“Questo problema” che la “lettera” non ha fabbricato né scoperto, questa grande pena del mondo contadino è più vostra che mia, poiché, per mandato divino voi siete più padre e pastore del parroco. A voi essa appartiene in modo eminente per quella sublime investitura di carità, di cui lo Spirito Santo vi ha fatta “insegna” e che dà significato a tutte le altre piccole insegne: la croce pettorale, la mitria, l’anello, il pastorale… Queste decorano il prelato, l’altra fa il vescovo, colui che è chiamato a reggere la Chiesa del Dio Vivente.

Per quello che mi riguarda personalmente, non riesco a credere che il mio Vescovo abbia pensato e detto che quella “lettera” scritta da un suo vecchio parroco e controfirmata da tre altri suoi sacerdoti, suoni disdoro per la diocesi, per il Vescovo e per il clero cremonese. “In hoc enim laboramus ed maledicimur…”. (“Per questo infatti noi ci affatichiamo e combattiamo”: è citazione paolina di 1Tm 4,10, ndr).
Sono un povero prete, è vero, ed il mio Vescovo ha molte ragioni di non stimarmi e di non volermi bene, non foss’altro per i crucci e le apprensioni che abbondantemente gli procuro. Non penso però d’aver toccato tal punto di incosciente aberrazione da umiliare e disonorare con i miei scritti la Chiesa cremonese. Non lo pensa neppure il Sant’Ufficio, né i Vescovi della Val Padana, benché non si siano degnati di ricevere la nostra povera confidente voce.
Eccellenza, non mi vedete spesso in vescovado né alle cerimonie, MA QUANDO C’È DA TIRARE E DA PERDERE SALUTE E REPUTAZIONE SONO PRESENTE: come sono pronto, passata la prova, a rientrare nel silenzio del mio presbiterio senza nulla chiedere.
Né ho l’abitudine di far coro quando si discorre leggermente dei superiori e dei confratelli. SE QUALCHE COSA HO DA DIRE, LO DICO A VOCE ALTA O LO SCRIVO CON FRANCHEZZA E SINCERITÀ, come voi ben sapete e come ne trovate conferma nella mia voluminosa “cartella personale” presso il vostro archivio.
Ho sessantotto anni: si tratta quindi di una breve sopportazione, che come estrema carità domando al mio Vescovo e ai miei confratelli.
SONO “MALFATTO”, LO SO: e in questi giorni di solitudine e di preghiera presso un figlio spirituale di don Calabria, ne provo confusione e pentimento maggiore del solito.
Lasciatemi però dire, che nonostante la grama struttura, la quale non sa piegarsi né ai tempi né agli uomini, alla mia Chiesa ho sempre voluto bene, come ho voluto bene alla mia diocesi e ai miei Vescovi, CHE HO SEMPRE CERCATO DI SERVIRE IN PIEDI CON FILIALE E LIBERA DEVOZIONE, SENZA MENDICARE SCUSE PER I MIEI TORTI, SENZA CHIEDERE STIMA O FAVORI PER IL POCO CHE IDDIO MI AIUTA A FARE.
Colui che mi deve giudicare è sull’“altra riva”, dove sono già col cuore, e spero che Egli nel perdonarmi non sia parco al pari degli uomini, per questa sola ragione che non mi sono mai vergognato di lui anche se non ho saputo veramente amarlo e degnamente rappresentarlo.
Vi bacio la mano con venerazione e rispetto.
Vostro
sac. Primo Mazzolari

Un’obbedienza in piedi
Epistolario tra don Primo Mazzolari e i Vescovi di Cremona


Edificare Custodire Purificare la Chiesa

Edificare la Chiesa, custodire la Chiesa e purificare la Chiesa”.

Su queste tre direttive si è sviluppata oggi la riflessione del Papa nell’omelia della Messa mattutina a Santa Marta, nel giorno della dedicazione della Cattedrale di Roma, “madre di tutte le Chiese”, un titolo che sta a significare – ha spiegato Francesco – non un “motivo di orgoglio ma di servizio e di amore”.
Anzitutto, “edificare la Chiesa”: ma qual è il fondamento della Chiesa? E’ Gesù Cristo, ha ricordato il Papa:
“Lui è la pietra d’angolo, in questo edificio. Senza Gesù Cristo non c’è Chiesa. Perché? Perché non c’è fondamento. E SE SI COSTRUISCE UNA CHIESA – PENSIAMO A UNA CHIESA MATERIALE – SENZA FONDAMENTO, COSA SUCCEDE? CROLLA. CROLLA TUTTO. SE NON C’È GESÙ CRISTO VIVO NELLA CHIESA, CROLLA”

“E noi, cosa siamo?” Si è chiesto Francesco. “Siamo delle pietre vive”, non uguali, ognuna differente, perché “è questa la ricchezza della Chiesa. Ognuno di noi costruisce secondo il dono che Dio ha dato. Non possiamo pensare a una Chiesa uniforme: questo non è Chiesa”.
Quindi, “custodire la Chiesa”, avendo coscienza – ha raccomandato il Papa – dello Spirito di Dio che abita in noi.
“Quanti cristiani, oggi, sanno chi è Gesù Cristo, sanno chi è il Padre – perché pregano il Padre Nostro? Ma quando tu parli dello Spirito Santo … ‘Sì, sì … ah, è la colomba, la colomba’, e finiscono lì. Ma lo Spirito Santo è la vita della Chiesa, è la tua vita, la mia vita … Noi siamo tempio dello Spirito Santo e dobbiamo custodire lo Spirito Santo, a tal punto che Paolo consiglia ai cristiani di ‘non rattristare lo Spirito Santo’, cioè di non avere una condotta contraria all’armonia che lo Spirito Santo fa dentro di noi e nella Chiesa. Lui è l’armonia, lui fa l’armonia di questo edificio”.

Infine, “purificare la Chiesa”, a partire da noi stessi:
“…noi siamo tutti peccatori: tutti. Tutti. Se qualcuno di voi non lo è, alzi la mano, perché sarebbe una bella curiosità. Tutti lo siamo. E per questo dobbiamo purificarci continuamente. E anche purificare la comunità: la comunità diocesana, la comunità cristiana, la comunità universale della Chiesa. Per farla crescere”.

News.va

Piccolo promemoria sulla Chiesa: il fondamento è Cristo, lo Spirito Santo non dev’essere uno sconosciuto e le comunità non devono ridursi a un mercato di mondanità, tra soldi e vanità. L’appello a «edificare, custodire e purificare la Chiesa» è stato lanciato da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 9 novembre, a Santa Marta.
«Oggi ricordiamo la dedicazione, cioè la consacrazione della cattedrale di questa diocesi» ha subito fatto presente il Papa richiamando la festa dell’anniversario della dedicazione della basilica Lateranense. «Noi tutti — ha spiegato — siamo diocesani romani, la nostra chiesa cattedrale oggi festeggia la sua consacrazione ed è chiamata, perché è la cattedrale di Roma, la sede primaziale, è chiamata “madre di tutte le chiese”: così la chiamano la nostra cattedrale».
«Questo non deve essere per noi motivo di orgoglio, ma di servizio e di amore» ha affermato Francesco. «La nostra cattedrale — ha ribadito — è madre di tutte le chiese e pensando alla chiesa di Roma, il giorno della sua cattedrale, e alle altre chiese del mondo e riflettendo sulle letture di oggi, penso che possiamo parlare di tre parole: edificare la Chiesa, custodire la Chiesa e purificare la Chiesa».

«Edificare la Chiesa», anzitutto. «Paolo è chiaro in questi pochi versetti della prima lettera ai Corinzi» proposta dalla liturgia (3, 9-11.16-17): «Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto, io ho posto il fondamento; un altro poi, vi costruisce sopra». Dunque «costruire la Chiesa, edificare la Chiesa» ha insistito il Pontefice, riaffermando che «Gesù Cristo è il fondamento della Chiesa, non ce n’è un altro». Magari qualcuno può dire: «“Conosco una signora che è veggente e le è apparsa la Madonna e le ha detto di questo”: va bene, che i veggenti parlino delle loro cose, ma il fondamento è Gesù Cristo, lui è la pietra d’angolo in questo edificio».
«Senza Gesù Cristo non c’è Chiesa perché non c’è fondamento» ha rilanciato il Papa. E «se si costruisce una chiesa — pensiamo a una chiesa materiale — senza fondamento, cosa succede? Crolla tutto». Allo stesso modo «se non c’è Gesù Cristo vivo nella Chiesa, crolla e per questo Paolo dice: “Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”».
«Il fondamento non si cambia» ha affermato Francesco, aggiungendo: «E noi siamo delle pietre vive — dice l’apostolo Pietro nella sua lettera — che fanno crescere questo edificio: stiamo pensando in termini di edificio, ma questa comunità fa crescere con la propria vita». E «in una costruzione, quando si edifica una casa, un tempio, si cerca di fare in modo che le pietre siano ben messe una con l’altra, che siano allineate: non uguali, perché secondo la misura qualcuna dev’essere più piccola, qualcuna più grande, più larga non tanto…». Perciò «ognuna delle pietre è differente, ognuno di noi è differente; e questa è la ricchezza della Chiesa». Tanto che «ognuno di noi costruisce secondo il dono che Dio ha dato. Non possiamo pensare a una Chiesa uniforme: questo non è Chiesa».

«In questi giorni — ha proseguito Francesco — Paolo ci parlava dei carismi, nel capitolo xi, xii fino al xiii della lettera ai Corinzi». Egli dice che «ognuno di noi ha un carisma, ha un modo di essere: quello che ha il carisma di insegnare, insegni; quello che ha il carisma di santificare, santifichi; quello che ha quest’altro, faccia questo». Perché, ha spiegato il Papa, «è come nel corpo: la mano ha bisogno del naso e degli occhi per vedere come aggrappa una cosa: si complementano». E «ognuno di noi dà del proprio in questa complementazione. Per questo, la Chiesa non può essere uniforme; dev’essere diversa ma unita in questa armonia sul fondamento di Gesù Cristo».
Proprio «questo — ha fatto notare ancora Francesco — è anche quello che è alla base della sinodalità: la Chiesa dev’essere sinodale perché ognuno di noi ha i propri carismi al servizio dell’unità della Chiesa». Per tale ragione, ha proseguito, non bisogna «spaventarsi delle differenze: anzi, spaventarsi quando qualcuno vuole rendere tutto uguale: no, questo non va, questo non è Chiesa».

«NOI NON ABBIAMO UNA MAGLIETTA COME UNA SQUADRA DI CALCIO» ha insistito il Pontefice; piuttosto «ABBIAMO LO SPIRITO E UN CARISMA DIVERSO, MA NELL’UNITÀ». Dunque, ha aggiunto, «così si costruisce la Chiesa, si edifica la Chiesa: sulla pietra d’angolo che è Gesù Cristo — e non si può cambiare — e con la diversità armonica, con l’armonia». E «l’armonia — ha spiegato — è la carità nostra: se noi ci vogliamo bene, ci sarà armonia; se noi lottiamo uno contro l’altro, chiacchieriamo, non ci sarà armonia e l’edificio crollerà».

E se la «prima parola è edificare la Chiesa, la seconda parola è custodire la Chiesa» ha fatto presente il Papa. Ma «custodirla perché vada bene» non significa certo passarci sopra «ogni anno» una mano di vernice per «imbiancarla». Invece «custodirla è un’altra cosa, è custodire la vera vita della Chiesa». Paolo la presenta così: «Non sapete che siete tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio ha vita in voi?». Si tratta dunque, ha affermato Francesco, di «custodire lo Spirito che abita in noi, nella Chiesa e in ognuno di noi: lo Spirito Santo». Ecco che «quando Paolo arrivò in una delle prime comunità cristiane con tanta umiltà domandò: “Avete ricevuto lo Spirito Santo?” — “Ma chi è questo?”» gli dissero, perché «neppure sapevano che ci fosse uno Spirito Santo».

Una questione che non riguarda solo quella prima comunità cristiana. «Quanti cristiani — ha commentato il Papa — oggi sanno chi è Gesù Cristo, sanno chi è il Padre, perché pregano il Padrenostro; ma quando tu parli dello Spirito Santo» rispondono: «“Sì, sì, ah, è la colomba” e finiscono lì».
Eppure, ha spiegato il Pontefice, «lo Spirito Santo è la vita della Chiesa, è la tua vita, la mia vita». E «noi siamo tempio dello Spirito Santo e dobbiamo custodire lo Spirito Santo, a tal punto che Paolo consiglia ai cristiani di “non rattristare lo Spirito Santo”, cioè di non avere una condotta contraria all’armonia che lo Spirito Santo fa dentro di noi e nella Chiesa».
Lo Spirito Santo perciò, ha rammentato Francesco, «è l’armonia, lui fa l’armonia di questo edificio». Ma «il fondamento non «è lo Spirito Santo: il fondamento è Cristo». Invece «l’armonia la fa lo Spirito Santo». Mentre «la gloria è per il Padre».
Bisogna dunque «custodire la Chiesa — ha ripetuto il Papa — perché c’è lo Spirito Santo dentro; sapere che è lui a ispirarci: “Facciamo questo, facciamo quell’altro”». Infatti, «quando ci vengono queste idee buone: “è venuto questo, io parlo con l’altro, ma facciamo…” è lo Spirito che muove». Ecco perché è importante «custodire lo Spirito e non rattristarlo».

Dopo «edificare la Chiesa e custodire la Chiesa», la «terza parola» suggerita dal Pontefice è «purificare la Chiesa». Proprio «la lettura del Vangelo — ha affermato Francesco, facendo riferimento al passo di Giovanni (2, 13-22) — ci indica che cosa significa purificare la Chiesa: il Signore, quando vide quello che succedeva all’entrata del tempio, non parlò: fece una frusta di cordicelle, scacciò via tutti fuori dal tempio».
«Noi siamo tutti peccatori, tutti» ha affermato il Papa, aggiungendo: «Se qualcuno di voi non lo è, alzi la mano, perché sarebbe una bella curiosità: tutti lo siamo e per questo dobbiamo purificarci continuamente, e anche purificare la comunità: la comunità diocesana, la comunità cristiana, la comunità universale della Chiesa per farla crescere».
Il Vangelo racconta che Gesù dice: «portate via di qui queste cose». Ma «quali erano “queste cose”? I tori per il sacrificio, le colombe, il denaro dei cambia monete». L’intimazione del Signore è: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato». È «il mercato della mondanità, il mercato dei soldi, il mercato della vanità: tanti mercati che entrano, tramite i nostri peccati, nella Chiesa».
Ecco perché bisogna «purificarla sempre». C’è qualcuno, ha confidato il Papa, che arriva a dire: «Io avrei voglia di prendere una frusta quando vedo alcune segreterie parrocchiali con l’elenco dei prezzi: per un battesimo» e via dicendo. «Ma questa non è la Chiesa, questo è un mercato» ha detto il Pontefice. «Questo è un esempio» ha aggiunto, «ma è il mercato della vanità, il mercato che io vado a questa associazione e poi voglio arrampicarmi». Bisogna invece «purificare, ma non guardando i peccati altrui, dell’altro: il mio peccato. E il mio peccato è quello che fa della Chiesa un mercato».
In conclusione il Papa ha chiesto di non dimenticare «queste tre parole delle letture di oggi: edificare la Chiesa sul fondamento di Gesù Cristo; custodire la Chiesa, cioè custodire lo Spirito Santo; e purificare la Chiesa, in noi e anche nelle istituzioni nelle quali noi andiamo». E ha invitato a pregare «per la Chiesa, perché è la nostra madre: noi siamo figli della Chiesa», tanto che «sant’Ignazio amava dire: “la nostra santa madre Chiesa gerarchica”».

Osservatore Romano
Omelia Santa Marta 9 novembre 2017


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Ancora un paio di libri ….
La recensione del primo è della Libreria del Santo :

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Prendendo spunto da un testo apocrifo, legato all’opera di sant’Ambrogio sul ministero dei sacerdoti (il De officio ministrorum), monsignor Delpini elabora con leggerezza e grazia, abbinate ad altrettanta profondità, quello che può apparire come un bonario esame di coscienza per il clero odierno e (perché no?), come un’occasione di confronto per coloro che con il clero hanno a che fare quotidianamente: operatori pastorali, confratelli, volontari, parrocchiani… La lettura che ne viene è gustosissima e utile a un tempo, fornendo una sorta di piccolo manuale che invita i “reverendi” di oggi a liberarsi dalle zavorre di un certo clericalismo che a volte li accompagna. Scritto vent’anni prima dell’avvento di papa Bergoglio sul soglio di Pietro, e oggi riproposto, questo libro dell’attuale arcivescovo di Milano ne anticipa temi e riflessioni, invitando a una Chiesa sempre più vicina alla gente, una comunità della gioia e del sorriso, a partire da coloro che hanno in essa il compito di annunciare, per primi, il Vangelo.

A questo indirizzo, la possibilità di scaricare o leggere online il libro in pdf:
http://ebooks.qsafe.men/?book=1282039089&c=it&format=pdf

 

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Amo molto questa scrittrice, la sua scrittura, il suo stile e l’elegante profondità con cui si esprime ( in particolare il suo romanzo ‘Il tempo è un dio breve’) … la precisione intellettuale con cui affronta le dinamiche delle emozioni e dei sentimenti, in una parola il mondo interiore che dovrebbe guidarci.
Del suo ultimo appena uscito, lascio alle sue parole la presentazione, inoltre nel suo sito potrete leggerne in anteprima alcune parti:
http://www.mariapiaveladiano.it/lei/

 


La Madonna Sistina

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Ma noi, tutti noi l’abbiamo riconosciuta e abbiamo riconosciuto Suo Figlio, perché Lei siamo noi, il loro destino siamo noi, madre e figlio sono l’umano nell’uomo.
E se il futuro porterà la Madonna in Cina o in Sudan, anche laggiù La riconosceranno come oggi La riconosciamo noi.
La tela ci parla della gioia di essere creature vive su questa terra, è questa la sua forza prodigiosa e quieta.
Il mondo intero – tutta l’immensità dell’Universo – è schiavitù rassegnata della materia inerte, solo la vita è miracolo di libertà.
La tela ci dice anche quanto deve essere bella e preziosa la vita e che non c’è forza al mondo in grado di costringerla e trasformarsi in qualcosa che, pur somigliandole, non sia vita vera.
La forza della vita, la forza dell’umano nell’uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla.
Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili.
In un’epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta.

Vasilij Grossman
Il bene sia con voi!
Adelphi

 


La vera rivoluzione

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Ciò che più manca a questo tempo, in questa civiltà, è lo spirito di preghiera.
E anzi, questa sarebbe la vera rivoluzione: il mondo non prega? Io prego.
Il mondo non fa silenzio? Io faccio silenzio.
E mi metto in ascolto.
Rivoluzione non consiste nel rompere o nel distruggere, ma nell’immettere uno spirito nuovo nelle forme di sempre.
Questi sembrano veramente un mondo e un tempo sempre più infelici e impotenti e disperati.
In realtà, ciò che più ci manca è proprio il rapporto con il mistero, l’apertura sull’infinito di Dio; per cui l’uomo è così solo e insufficiente e minacciato; è la caratteristica di questa civiltà del fracasso: non si fa più silenzio, non si contempla più.
Si è perso il vero valore delle cose. Nulla ha più valore.
Si è persa l’unità di misura.
Secondo un mistico, il templum era una speciale unità di misura, per cui tu potevi con sicurezza distinguere ciò che vale da ciò che non vale; e la ‘gloria’ sarebbe il vero peso specifico sia di Dio che dell’uomo.
Questo è un mondo senza misura e senza gloria, perché si è perso il dono e l’uso della contemplazione.

David Maria Turoldo
Pregare _ ‘forse il discorso più urgente’
Servitium

 

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La fede vissuta come certezza e domanda della presenza di Cristo dentro ogni situazione e occasione della vita.
s.Giovanni Paolo II

 

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Il santo non è un superuomo, è un uomo vero.
Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore.

Don Giussani

 

Tutti i Santi

Senza la preghiera quotidiana vissuta con fedeltà, il nostro fare si svuota, perde l’anima profonda, si riduce ad un semplice attivismo che, alla fine, lascia insoddisfatti.
C’è una bella invocazione della tradizione cristiana da recitarsi prima di ogni attività, che dice così:
‘Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il Tuo aiuto, perché ogni nostro parlare ed agire abbia sempre da Te il suo inizio e in Te il suo compimento’.
Ogni passo della nostra vita, ogni azione, anche della Chiesa, deve essere fatta davanti a Dio, alla luce della Sua Parola.

Benedetto XVI

 

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‘Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?».
Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai».
E lui: «Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello.

Apocalisse 7,13-14


Libri # Books

Segnalo alcuni libri e lascio agli autori e amici degli autori, la presentazione 😉
Solo l’ultimo non è in uscita e anzi è datato. Questo l’ho letto e lo consiglio a chiunque abbia voglia di bellezza, quella che scaturisce dalla profondità di un animo nobile e puro perciò buono, senza mai scadere nella sdolcinatezza o nell’ovvietà del buonismo. Un libro autentico di valori inossidabili che appartengono alla coscienza dell’uomo, a prescindere dall’uso che ognuno decide di fare della propria coscienza e della sua globalizzazione al nulla.

 

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Quello che ho capito della vita spirituale

 

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http://www.profduepuntozero.it/2017/10/22/come-diventare-vivi-di-giuseppe-montesano/

 

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http://www.profduepuntozero.it/2017/10/24/ogni-storia-e-una-storia-damore-7-alluscita/

 

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http://www.sulromanzo.it/blog/raccontami-5-il-bene-sia-con-voi-di-vasilij-grossman

 


“Il dono”

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Il dono supremo dell’umanità è il dono della bellezza spirituale, della nobiltà d’animo, della magnanimità e del coraggio del singolo in nome del bene.
E’ il dono dei cavalieri e fanti timidi e senza nome che con le loro imprese fanno sì che l’uomo non si trasformi in una bestia.

 

Vasilij Grossman
Il bene sia con voi!

Immagine da paolocastelli.tumblr.com