Prima che finisca il giorno di Natale

camille.nureyev

In questi ultimi giorni di ATTESA, le parole (estratti di omelie o messaggi) di papa Francesco come gli auguri migliori e più saggi a guidare e illuminare l’Attesa.

Buon Incontro a tutti!

 jst

‘Ogni volta che leggo il racconto e contemplo la scena addentrandomi in quello spirito di speranza e pace, penso a tutti gli uomini e le donne, credenti e non credenti, che percorrono il cammino della vita e aprono sentieri a tante ricerche fatte di speranza o disperazione e sgorga in me il desiderio di avvicinarmi, di augurare pace, molta pace e anche di riceverla; pace di fratelli, perché tutti lo siamo, pace che costruisce.

Augurare e ricevere quella pace che alla fine rende possibile, nel mezzo delle nebbie e delle notti, riconoscerci e ritrovarci come fratelli, riconoscerci nel nostro volto che ci riflette come creati a immagine di Dio.

 

Papa Francesco

23 dicembre 2011

 

jst

‘Oggi vorrei pregare con il mio popolo quella preghiera che una triste notte di Natale, colui che è diventato uno dei grandi poeti della nostra patria (Josè Maria Castineira de Dios) chiedendo al Signore che ci conceda di farci carico della nostra speranza.

 

Signore, che non mi hai mai negato nulla,

non chiedo nulla per me, chiedo solo

per ogni fratello dolente,

per ogni povero della mia amata terra.

Ti chiedo per il suo pane e la sua giornata,

per la sua pena di passero vinto,

per la sua risata, il suo canto e il suo fischio,

oggi che la casa era silenziosa.

Ti chiedo, con parole in ginocchio,

una briciola delle tue meraviglie,

un boccone di amore dalle tue mani,

un’illusione, solo una porta aperta;

oggi che la tavola era vuota

e piangono nella notte, i miei fratelli.

Così sia.’

 

Papa Francesco

Buenos Aires, 24 dicembre 2001

 

jst

 

‘ Egli ci chiama alla mitezza, alla pace, alla solidarietà, all’armonia.

Per ciò questa notte si chiama la notte dell’armonia, la notte della pace, la notte dell’amore.

Accanto al presepe, abbiamo due cose: in primo luogo, sentirci invitati alla bellezza dell’umiltà, della mansuetudine, della semplicità; secondo, cercare nel nostro cuore in cosa siamo sbagliati, in cosa siamo emarginati e lasciamo che Gesù ci chiami da questa nostra mancanza, da quel nostro limite, da quell’egoismo personale.

Lasciatevi accarezzare da Dio, e capirete di più ciò che è la semplicità, la mitezza e l’unità.’

 

Papa Francesco

24 dicembre

jst

 

‘Questa è la notte giusta per chiedere e oso darvi un compito per casa: stasera o domani, prima che finisca il giorno di Natale si cerchi un attimo di silenzio e ci si chieda: come sta la tenerezza di Dio con me? Come sta la mia tenerezza per gli altri? Come sta la mia tenerezza in situazioni estreme? Come sta la mia tenerezza nei lavori e nei conflitti?

E quello che Gesù risponderà, sarà.

Che la Vergine conceda a voi questa grazia.

 

Papa Francesco

Buenos Aires, 24 dicembre 2004

jst

 

 

‘Uniti dal ricordo e dalla speranza di Betlemme, dalla casa del pane, del pane di vita che duemila anni fa che ha regalato il Padre, dal pane nostro di ogni giorno che ci dà oggi e dal pane che lo stesso Gesù spezzerà per noi nel banchetto del cielo, adesso tutti insieme, come fratelli, professiamo la nostra fede nel Dio con noi.’

 

Papa Francesco

18 dicembre 1999

 Foto di Camilla Nureyev

Un Santo Natale di pace vera a tutti !

Umiltà, unica strada

Dio salva “un cuore pentito”, mentre chi non confida in Lui attira su di sé la “condanna”.

 

L’umiltà salva l’uomo agli occhi di Dio, la superbia lo perde.

La chiave sta nel cuore.

 

Quello dell’umile è aperto, sa pentirsi, accettare una correzione e si fida di Dio. Quello del superbo è speculare all’opposto: arrogante, chiuso, non conosce vergogna, è impermeabile alla voce di Dio.

 

Il brano del profeta Sofonia e quello del Vangelo suggeriscono a Papa Francesco una riflessione in parallelo. Entrambi i testi, osserva, parlano di un “giudizio” dal quale dipendono salvezza e condanna.

 

 

L’umiltà, l’unica strada La situazione descritta dal profeta Sofonia è quella di una città ribelle, nella quale tuttavia c’è gruppo che si pente dei propri peccati: questo, sottolinea il Papa, è il “popolo di Dio” che ha in sé le “tre caratteristiche” di “umiltà, povertà, fiducia nel Signore”. Ma nella città ci sono anche quelli che, dice Francesco, “non hanno accettato la correzione, non hanno confidato nel Signore”. A loro toccherà la condanna:

 

“Questi non possono ricevere la Salvezza. Sono chiusi, loro, alla Salvezza. ‘Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore’, per tutta la vita. E questo fino a oggi, no? Quando vediamo il santo popolo di Dio che è umile, che ha le sue ricchezze nella fede nel Signore, nella fiducia nel Signore – il popolo umile, povero che confida nel Signore: e questi sono i salvati e questa è la strada della Chiesa, no? Deve andare per questa strada, non per l’altra strada che non ascolta la voce, che non accetta la correzione e non confida nel Signore”.

SINCERAMENTE PENTÌTI, NON IPOCRITI La scena del Vangelo è quella del contrasto tra i due figli invitati dal padre a lavorare nella vigna. Il primo rifiuta ma poi si pente e va, il secondo dice sì al padre ma in realtà lo inganna.

 

Gesù racconta questa storia ai capi del popolo affermando con chiarezza che sono loro a non aver voluto ascoltare la voce di Dio attraverso Giovanni e che per questo nel Regno dei cieli saranno superati da pubblicani e prostitute, che invece a Giovanni hanno creduto. E lo scandalo suscitato da quest’ultima affermazione, osserva Papa Francesco, è identico a quello di tanti cristiani che si sentono “puri” solo perché vanno a Messa e fanno la comunione.

 

Ma Dio, dice, ha bisogno di altro:

“Se il tuo cuore non è un cuore pentito, se tu non ascolti il Signore, non accetti la correzione e non confidi in Lui, tu hai un cuore non pentito. Ma questi ipocriti che si scandalizzano di questo che dice Gesù sui pubblicani e le prostitute, ma poi di nascosto andavano da loro o per sfogare le loro passioni o per fare affari – ma  tutto di nascosto – erano puri! E questi il Signore non li vuole”.

 

 

Offrire persino i peccati

Questo giudizio “ci dà speranza”, assicura Papa Francesco. Purché, conclude, si abbia il coraggio di aprire il cuore a Dio senza riserve, donandogli anche la “lista” dei propri peccati. E per spiegarlo, il Papa ricorda la storia di quel santo che pensava di aver dato tutto al Signore, con estrema generosità:

“Ascoltava il Signore, andava sempre secondo la sua volontà, dava al Signore e il Signore: ‘Ma tu non mi hai dato una cosa, ancora”. E il povero era tanto buono e dice: ‘Ma, Signore, cosa non ti ho dato? Ti ho dato la mia vita, lavoro per i poveri, lavoro per la catechesi, lavoro qui, lavoro là…’. ‘Ma qualcosa tu non mi hai dato ancora’.- ‘Che, Signore?. ‘I tuoi peccati’. Quando noi saremo in grado di dire al Signore: ‘Signore, questi sono i miei peccati – non sono di quello, di quello, sono i miei… Sono i miei. Prendili tu e così io sarò salvo’ – quando noi saremo capaci di fare questo noi saremo quel bel popolo, ‘popolo umile e povero’, che confida nel nome del Signore. Il Signore ci conceda questa grazia”.

 

 

Papa Francesco

News.va

Dio in principio si mise da parte,

e così ebbe inizio il mondo.

Questo è il segreto dell’amore:

mettersi da parte.

Se puoi, cerca soprattutto

di metterti da parte.

Chiedi per te

solo un piccolo angolo nel tempo.

Metti confini al tuo volere,

e guarda come fiorisce un mondo.

 

Mary Gales Ryian

 

La favola di Natale

guareschi

Questa favola è nata in un campo di concentramento del Nordovest germanico, nel dicembre del 1944, e le muse che l’ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia.

Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un ‘castello’ biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia.

Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.

‘Adesso la nonna racconta una fiaba al bambino per farlo addormentare’ dicevo alle assicelle del soffitto.

Oppure: ‘Adesso la nonna, il bambino e il cane montano in treno e fanno un lungo viaggio nella notte’.

E le muse ispiratrici salivano al piano superiore e dal soffitto piovevano semibiscrome.

Si avvicinava il secondo Natale di prigionia: Fame, Freddo e Nostalgia.

Tra i sei o settemila ufficiali prigionieri nel lager c’erano professionisti e dilettanti di musica e di canto.

Qualcuno era riuscito a salvare il suo strumento, qualche strumento lo prestarono i prigionieri francesi del campo vicino.

Coppola concertò le musiche e istruì orchestra, coro e cantanti.

I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il gran freddo, per l’umidità i violini si scollavano, perdevano il manico.

Le voci faticavano a uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo.

Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del ‘teatro’, zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e l’orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il ‘rumorista’ diede vita ai passaggi più movimentati.

La nostalgia l’hanno inventata i prigionieri perché in prigionia tutto quello che appartiene al mondo precluso diventa favola, e gente ascolta sbalordita qualcuno raccontare che le tendine della sua stanza erano rosa.

In prigionia anche i colori sono una favola, perché nel lager tutto è bigio, e il cielo, se una volta è azzurro, o se un rametto si copre di verde, sono cose di un altro mondo.

Anche la realtà presente diventa nostalgia.

Noi pensavamo allora alle cose più umili della vita consueta come i meravigliosi beni perduti, e rimpiangevamo il sole, l’acqua, i fiori come se oramai non esistessero più: e per questo uomini maturi trovarono naturale che io, per Natale, raccontassi loro una favola e giudicarono originalissimo il fatto che, nella favola, un uomo s’incontrasse con sua madre e col suo bambino.

‘Che fantasia’ dicevano. ‘Come fai a pensare tutte queste strane faccende?’.

E la banalissima vicenda interessava i prigionieri forse più ancora del contenuto polemico della fiaba stessa.

 

Perché La favola di Natale ha anche un contenuto polemico che le illustrazioni rendono oggi evidente anche al meno avvertito dei lettori, sì che io potrei premettere alla fiaba: ‘I personaggi di questo racconto sono tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso riferimento con la realtà’.

La ‘realtà’era tutt’intorno a noi e io la vedevo seduta a tre metri da me, in prima fila, vestita da Dolmetscher: e quando il ‘rumorista-imitatore’ cantava con voce roca la canzoncina delle tre Cornacchie e  il poliziotto di servizio sghignazzava divertito, io morivo dalla voglia di dirgli che non c’era niente da ridere: ‘Guardi, signore, che quella cornacchia è lei’.

 

‘Io vi racconterò una favola e voi la racconterete al vento di questa sera, e il vento la racconterà ai vostri bambini.

E anche alle mamme e alle nonne dei vostri bambini, perché è la nostra favola: la favola malinconica d’ognuno di noi’.

Io, la sera della vigilia del ’44, conclusi con queste parole la premessa: ma il vento avrà sentito? O, se ha sentito, sarà riuscito poi a superare i baluardi della censura? O, lungo la strada, avrà perso qualche periodo? Ci si può fidare del vento in un affare così delicato?

Di qui l’idea di stampare la fiaba: il papà ex internato potrà così raccontarla al suo bambino, e da queste povere parole che sanno di fame, di freddo e di nostalgia il bambino capirà forse quel che il papà soffriva, lassù, nei desolati campi del Nord.

E se non capirà il bambino, capirà la mamma.

E – ripensando alle ultime parole della favola – anche per un mio orgoglietto personale:

E se non v’è piaciuta – non vogliatemi male,

ve ne dirò una meglio – il prossimo Natale,

e che sarà una favola – senza malinconia:

‘C’era una volta – la prigionia …’

Ho mantenuto la promessa e pago il mio debito: eccovi la favola. C’era una volta un prigioniero.

 

L’AUTORE

Premessa  di La favola di Natale

Rizzoli

 

 

C’era una volta un prigioniero … No: c’era una volta un bambino …. Meglio ancora: c’era una volta una Poesia …

Anzi, facciamo così: c’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero.

‘E la Poesia?’ direte voi. ‘Cosa c’entra?’.

 

Giovannino Guareschi

Ci sono due peccati capitali dell’uomo, da cui derivano tutti gli altri: impazienza e inerzia.

A causa dell’impazienza sono stati cacciati dal Paradiso, a causa dell’inerzia non vi tornano.

Forse però c’è solo un peccato capitale: l’impazienza.

A causa dell’impazienza sono stati cacciati, a causa dell’impazienza non tornano.

 

 

  1. Kafka

 

:)

TraslazioneSantaCasaLoreto _Saturnino Gatti

Si dice che la creazione del Paradiso fosse la favola di un ignoto amore che a un certo punto sprigionò le ali dalla crosta terrestre, e così, raffreddandosi la terra, comparvero, al di là delle credenze bibliche, i primi voli degli angeli.

 

 

Alda Merini

La carne degli angeli