Buonasera a tutti, cari fratelli e sorelle!
L’apostolo Paolo finiva questo brano della sua lettera ai nostri antenati con queste parole: non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia.
E questa è la nostra vita: camminare sotto la grazia, perché il Signore ci ha voluto bene, ci ha salvati, ci ha perdonati. Tutto ha fatto il Signore, e quella è la grazia, la grazia di Dio. Noi siamo in cammino sotto la grazia di Dio, che è venuta da noi in Gesù Cristo che ci ha salvato.
Ma questo ci apre verso un orizzonte grande, e questo è per noi gioia. “Voi non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia”. Ma cosa significa, questo “vivere sotto la grazia”? Cercheremo di spiegare qualcosa di che significa vivere sotto la grazia. E’ la nostra gioia, è la nostra libertà.
Noi siamo liberi. Perché?
Perché viviamo sotto la grazia.
Noi non siamo più schiavi della Legge: siamo liberi perché Gesù Cristo ci ha liberati, ci ha dato la libertà, quella piena libertà di figli di Dio, che viviamo sotto la grazia. Questo è un tesoro. Cercherò di spiegare un po’ questo mistero tanto bello, tanto grande. Vivere sotto la grazia.
Quest’anno avete lavorato tanto sul Battesimo e anche sul rinnovamento della pastorale post-battesimale. Il Battesimo, questo passare da “sotto la Legge” a “sotto la grazia”, è una rivoluzione. Sono tanti i rivoluzionari nella storia, eh?, sono stati tanti. Ma nessuno ha avuto la forza di questa rivoluzione che ci ha portato Gesù. Una rivoluzione per trasformare la storia che cambia in profondità il cuore dell’uomo.
Le rivoluzioni della storia hanno cambiato i sistemi politici, economici, ma nessuna di esse ha veramente modificato il cuore dell’uomo. La vera rivoluzione, quella che trasforma radicalmente la vita, l’ha compiuta Gesù Cristo attraverso la sua Resurrezione: la Croce e la Resurrezione.
E Benedetto XVI° diceva, di questa rivoluzione, che “è la più grande mutazione della storia dell’umanità”. Ma pensiamo questo, eh? E’ la più grande mutazione della storia dell’umanità, è una vera rivoluzione e noi siamo rivoluzionarie e rivoluzionari di questa rivoluzione, perché noi andiamo per questa strada della più grande mutazione della storia dell’umanità.
Un cristiano, se non è rivoluzionario, in questo tempo, non è cristiano!
Deve essere rivoluzionario per la grazia! Proprio la grazia che il Padre ci dà attraverso Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto fa di noi rivoluzionari, perché – e cito nuovamente Benedetto – “è la più grande mutazione della storia dell’umanità”. Perché cambia il cuore.
Il profeta Ezechiele lo diceva: “Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. E questa è l’esperienza che vive l’Apostolo Paolo: dopo avere incontrato Gesù sulla via di Damasco, cambia radicalmente la sua prospettiva di vita e riceve il Battesimo. Dio trasforma il suo cuore! Ma pensate, eh?: un persecutore, uno che inseguiva la Chiesa e i cristiani, diventa un santo, un cristiano fino alle ossa, proprio un cristiano vero! Prima è un violento persecutore, ora diventa un apostolo, un testimone coraggioso di Gesù Cristo, al punto di non aver paura di subire il martirio. Quel Saulo che voleva uccidere chi annunziava il Vangelo, alla fine dona la sua vita per annunciare il Vangelo. E’ questo il mutamento, il più grande mutamento del quale ci parlava Papa Benedetto.
Ti cambia il cuore, da peccatore – da peccatore: tutti siamo peccatori – ti trasforma in santo. E ciascuno di noi non è peccatore?
Ma, se c’è qualcuno, alzi la mano! Ah, guardi … lavoro per lei, eh? Tutti siamo peccatori, eh?, tutti! Tutti siamo peccatori!
Ma la grazia di Gesù Cristo ci salva dal peccato: ci salva!
Tutti, se noi accogliamo la grazia di Gesù Cristo, Lui cambia il nostro cuore e da peccatori ci fa santi.
Per diventare santi non è necessario girare gli occhi e guardare là, o avere un po’ una faccia di immaginetta, tutta così, no? No, no, non è necessario quello! Una sola cosa è necessaria per diventare santi: accogliere la grazia che il Padre ci dà in Gesù Cristo.
Ecco, questa grazia cambia il nostro cuore. Continuiamo, noi, ad essere peccatori, perché tutti siamo deboli. Ma anche con questa grazia che ci fa sentire che il Signore è buono, che il Signore è misericordioso, che il Signore ci aspetta, che il Signore ci perdona, questa grazia grande, che cambia il nostro cuore.
E, diceva il profeta Ezechiele, che da un cuore di pietra lo cambia in un cuore di carne. Cosa vuol dire, quello? Un cuore che ama, un cuore che soffre, un cuore che gioisce con gli altri, un cuore colmo di tenerezza per chi, portando
impresse le ferite della vita, si sente alla periferia della società.
L’amore è la più grande forza di trasformazione della realtà, perché abbatte i muri dell’egoismo e colma i fossati che ci tengono lontani gli uni dagli altri.
E questo è l’amore che viene da un cuore mutato, da un cuore di pietra che è trasformato in un cuore di carne, un cuore umano. E questo lo fa la grazia, la grazia di Gesù Cristo che noi tutti abbiamo ricevuto.
Alcuni di voi, quanto costa la grazia, lo sa? Dove si vende la grazia? Dove posso comprare la grazia? Nessuno sa dirlo: no.
Vado a comprarla dalla segretaria parrocchiale, forse lei la vende, la grazia? Qualche prete la vende, la grazia?
Ma, sentite bene questo: la grazia non si compra e non si vende. E’ un regalo di Dio in Gesù Cristo. Gesù Cristo ci dà la grazia. E’ l’unico che ci dà la grazia. E’ un regalo: ce lo offre, a noi. Prendiamola. E’ bello questo. L’amore di Gesù è così: ci dà la grazia gratuitamente.
Gratuitamente.
E noi dobbiamo darla ai fratelli, alle sorelle, gratuitamente.
E’ un po’ triste quando uno incontra alcuni che vendono la grazia: nella storia della Chiesa alcune volte è accaduto, questo, e ha fatto tanto male, tanto male. Ma la grazia non si può vendere: la ricevi gratuitamente e la dai gratuitamente. E questa è la grazia di Gesù Cristo.
E in mezzo a tanti dolori, a tanti problemi che ci sono qui, a Roma, c’è gente che vive senza speranza. Ma, ciascuno di noi può pensare, in silenzio, alle persone che vivono senza speranza, e sono immerse in una profonda tristezza da cui cercano di uscire credendo di trovare la felicità nell’alcol, nella droga, nel gioco d’azzardo, nel potere del denaro, nella sessualità senza regole … Ma si ritrovano ancora più delusi e talvolta sfogano la loro rabbia verso la vita con comportamenti violenti e indegni dell’uomo. Quante persone tristi, quante persone tristi, senza speranza! Anche pensate a tanti giovani che, dopo aver sperimentato tante cose, non trovano senso alla vita e cercano il suicidio, come soluzione. Voi sapete quanti suicidi di giovani ci sono oggi, nel mondo? Ma, la cifra è alta. Perché? Non hanno speranza. Hanno provato tante cose e la società, che è crudele – è crudele! – non ti può dare speranza. E la speranza è come la grazia: non si può comprare, è un dono di Dio. E noi dobbiamo offrire la speranza cristiana con la nostra testimonianza, con la nostra libertà, con la nostra gioia. Il regalo che ci dà Dio della grazia, porta la speranza.
Noi, che abbiamo la gioia di accorgerci che non siamo orfani, che abbiamo un Padre, possiamo essere indifferenti verso questa città che ci chiede, forse anche inconsapevolmente, senza saperlo, una speranza che l’aiuti a guardare il futuro con maggiore fiducia e serenità? Noi non possiamo essere indifferenti. Ma come possiamo fare questo? Come possiamo andare avanti e offrire la speranza? Andare per la strada: “Ah, io ho la speranza!”? No.
Con la vostra testimonianza, con il vostro sorriso, dire: “Io credo che ho un Padre”. E l’annunzio del Vangelo è questo: con la mia parola, con la mia testimonianza dire: “Io ho un Padre. Non siamo orfani. Abbiamo un Padre”, e condividere questa filiazione con il Padre e con tutti gli altri. “Ah, padre, adesso capisco: si tratta di convincere gli altri, di fare proseliti!”. No: niente di quello.
Il Vangelo è come il seme: tu lo semini, lo semini con la tua parola e con la tua testimonianza. E poi, non fai la statistica di come è andato quello: la fa Dio.
Lui fa crescere questo seme. Ma dobbiamo seminare con quella certezza che l’acqua la dà Lui, la crescita la dà Lui.
E anche noi, non facciamo la raccolta: la farà un altro prete, un altro laico, un’altra laica, un altro la farà. Ma la gioia di seminare con la testimonianza, perché con la parola solo non basta: non basta.
Parola senza testimonianza è aria. Le parole non bastano. La vera testimonianza che dice Paolo.
L’annunzio del Vangelo è destinato innanzitutto ai poveri, a quanti mancano spesso del necessario per condurre una vita dignitosa. A loro è annunciato per primi il lieto messaggio che Dio li ama con predilezione e viene a visitarli attraverso le opere di carità che i discepoli di Cristo compiono in suo nome. Prima di tutto, andare ai poveri: quello è il primo.
Nel momento del Giudizio finale, possiamo leggere in Matteo 25, tutti saremo giudicati su questo. Ma alcuni, poi, pensano che il messaggio di Gesù sia destinato a coloro che non hanno una preparazione culturale: ah, no! No. L’apostolo afferma con forza che il Vangelo è per tutti, anche per i dotti.
La sapienza, che deriva dalla Resurrezione, non si oppone a quella umana ma, al contrario, la purifica, la eleva.
La Chiesa è sempre stata presente nei luoghi dove lavora la cultura. Ma il primo passo, sempre la priorità ai poveri. Ma anche dobbiamo andare alle frontiere dell’intelletto, della cultura, nell’altezza del dialogo, del dialogo che fa la pace, del dialogo intellettuale, del dialogo ragionevole.
E’ per tutti, il Vangelo, eh?
Questo di andare verso i poveri non significa che noi dobbiamo diventare pauperismi, o una sorta di barboni spirituali: no, no, non significa quello, non significa.
Significa che dobbiamo andare verso la carne di Gesù che soffre, ma anche soffre la carne di Gesù di quelli che non lo conoscono con il loro studio, con la loro intelligenza, con la loro cultura … Dobbiamo andare là!
Perciò, a me piace usare l’espressione “andare verso le periferie”, le periferie esistenziali. Tutti, tutti quelli, dalla povertà fisica e reale alla povertà intellettuale, che è reale, pure.
Tutte le periferie, tutti gli incroci: andare là. E là, seminare il seme del Vangelo, con la parola e con la testimonianza.
E questo significa che noi dobbiamo avere coraggio.
Paolo VI° diceva che lui non capiva i cristiani scoraggiati: non li capiva. Questi cristiani tristi, ansiosi, questi cristiani che uno pensa se credono in Cristo o nella dea Lamentela: non si sa mai. Ma tutti i giorni si lamentano, si lamentano … E come va il mondo, guarda, che calamità, le calamità … Ma, pensa, il mondo non è peggio di cinque secoli fa, no?
Il mondo è il mondo: è sempre stato il mondo.
E quando uno si lamenta e va così, non si può far niente, ah, la gioventù, e così, no? – ma, voi conoscete … io vi faccio una domanda: voi conoscete cristiani così? Ce ne sono, ce ne sono, eh? Ma, il cristiano dev’essere coraggioso e davanti al problema, davanti ad una crisi sociale, religiosa deve avere il coraggio di andare avanti, di andare avanti con coraggio. E quando non si può far niente, con pazienza: sopportando. Sopportare. Coraggio e pazienza, queste due virtù di Paolo.
Coraggio: andare avanti, fare le cose, dare testimonianza forte: avanti!
Sopportare, portare sulle spalle le cose che non si possono cambiare ancora.
Ma andare avanti con questa pazienza, con questa pazienza che ci dà la grazia. Ma, cosa dobbiamo fare con il coraggio e con la pazienza? Uscire da noi stessi: uscire da noi stessi.
Uscire dalle nostre comunità per andare lì, dove gli uomini e le donne vivono, lavorano e soffrono e annunciare loro la misericordia del Padre che si è fatta conoscere agli uomini in Gesù Cristo di Nazareth. Annunciare questa grazia che ci è stata regalata di Gesù. Se ai sacerdoti ho chiesto, Giovedì Santo, di essere pastori con l’odore delle pecore, a voi, cari fratelli e sorelle, dico: siate ovunque portatori della Parola di vita nei nostri quartieri, nei luoghi di lavoro e dovunque le persone si ritrovino e sviluppino relazioni. Voi dovete andare fuori.
Io non capisco le comunità cristiane che sono chiuse in parrocchia … Ma voglio dirvi una cosa, eh? Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna, si accorge che manca una e lascia le 99 e va a cercare una. Ma, fratelli e sorelle, abbiamo una: ci mancano 99! Dobbiamo uscire, dobbiamo uscire da loro! Ma, in questa cultura, diciamoci la verità: in questa cultura ne abbiamo soltanto una, siamo minoranza, e noi sentiamo il fervore, lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? Eh, quella è una responsabilità grande, e dobbiamo chiedere al Signore la grazia della generosità e il coraggio e la pazienza per uscire, per uscire ad annunziare il Vangelo.
Ah, questo è difficile. E’ più facile restare a casa, con quella unica pecorella, eh? E’ più facile! Eh, con quella pecorella, pettinarla, carezzarla … ma a noi preti, anche a voi cristiani, tutti, il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecorelle: pastori! E quando una comunità è chiusa, sempre tra le stesse persone che parlano, e così, questa comunità non è una comunità che dà vita. E’ una comunità sterile, non è feconda.
La fecondità del Vangelo viene per la grazia di Gesù Cristo ma attraverso noi, la nostra predicazione, il nostro coraggio, la nostra pazienza.
Viene un po’ lunga, no?, la cosa? Eh? Ma, non è facile. E dobbiamo dirci la verità: il lavoro di evangelizzare, di portare avanti la grazia gratuitamente non è facile. Perché non siamo noi soli con Gesù Cristo.
Anche c’è un avversario, un nemico che vuole tenere gli uomini separati da Dio. E per questo instilla nei cuori la delusione, quando noi non vediamo ricompensato subito il nostro impegno apostolico. Il diavolo ogni giorno getta nei nostri cuori semi di pessimismo e di amarezza, e uno si scoraggia: noi ci scoraggiamo.
“Eh, non va, abbiamo fatto questo, non va, abbiamo fatto quell’altro e non va, e guarda tu quella religione come attira tanta gente e noi no …”: è il diavolo che mette questo, no? Dobbiamo prepararci alla lotta spirituale. E questo è importante. Non si può predicare il Vangelo senza questa lotta spirituale: una lotta di tutti i giorni contro la tristezza, contro l’amarezza, contro il pessimismo … una lotta di tutti i giorni. Seminare non è facile: è più bello raccogliere. Ma seminare non è facile, e questa è la lotta di tutti i giorni dei cristiani.
Paolo diceva che lui aveva l’urgenza di predicare e lui aveva l’esperienza di questa lotta spirituale, quando diceva: “Ho nella mia carne una spina di satana che tutti i giorni la sento”. Anche noi abbiamo spine di satana che ci fanno soffrire e ci fanno andare con difficoltà e spesso ci scoraggiano.
Prepararci alla lotta spirituale: l’evangelizzazione chiede da noi un vero coraggio anche per questa lotta interiore, eh?, nel nostro cuore, per dire con la preghiera, con la mortificazione, con la voglia di seguire Gesù, con i Sacramenti che sono un incontro con Gesù, dire a Gesù: Grazie, grazie per la Tua grazia. Voglio portarla agli altri. Ma questo è lavoro: questo è lavoro.
Questo si chiama – non vi spaventate – si chiama martirio: il martirio è questo. Fare la lotta, tutti i giorni, per testimoniare. Questo è martirio. E ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita. Ma c’è il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori.
E adesso, vorrei finire pensando una cosa.In questo tempo, in cui la gratuità sembra affievolirsi nelle relazioni interpersonali, perché tutto si vende e tutto si compra e la gratuità è difficile trovarla, noi cristiani annunciamo un Dio che per essere nostro amico non chiede nulla se non di essere accolto.
L’unica cosa che chiede Gesù: essere accolto.
Pensiamo a quanti vivono nella disperazione perché non hanno mai incontrato qualcuno che abbia loro mostrato attenzione, li abbia consolati, li abbia fatti sentire preziosi e importanti. Noi, discepoli del Crocifisso, possiamo rifiutarci di andare in quei luoghi dove nessuno vuole andare per la paura di comprometterci e del giudizio altrui, e così negare a questi nostri fratelli l’annuncio della Parola di Dio?
La gratuità: noi abbiamo ricevuto questa gratuità, questa grazia, gratuitamente; dobbiamo darla, gratuitamente. E questo è quello che alla fine voglio dirvi. Non avere paura: non avere paura.
Non avere paura dell’amore, dell’amore di Dio, di nostro Padre. Non avere paura. Non avere paura di ricevere la grazia di Gesù Cristo, non avere paura della nostra libertà che viene data dalla grazia di Gesù Cristo o, come diceva Paolo: “Non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia”. Non avere paura della grazia, non avere paura di uscire da noi stessi, non avere paura di uscire dalle nostre comunità cristiane per andare a trovare quelle 99 che non sono a casa. E andare a dialogare con loro, e dire loro che cosa pensiamo, andare a mostrare il nostro amore che è l’amore di Dio.
Cari, cari fratelli e sorelle: non abbiamo paura! Andiamo avanti per dire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che noi siamo sotto la grazia, che Gesù ci dà la grazia e quello non costa niente: soltanto, riceverla. Avanti!
Papa Francesco
Convegno diocesano
Fonte : http://www.news.va/it/news/papa-alla-diocesi-di-roma-siate-testimoni-coraggio
Io non mi vergogno del Vangelo
17 giugno 2013
PapaFrancesco PapaFrancesco Lascia un commento
Consacrazione Chiesa allo Spirito Santo
16 giugno 2013
petizione petizione Lascia un commento
La Chiesa è stata ‘inaugurata’ il giorno di Pentecoste … mai come oggi il mondo, la Chiesa intera ha bisogno di una nuova Pentecoste come il Santo Padre Francesco spesso ricorda … chi volesse aderire alla richiesta ufficiale da presentare a Papa Francesco perché consacri la Chiesa intera allo Spirito Santo e alla sua azione, visiti il sito e firmi
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Credo nell’amore
16 giugno 2013
Credo, p. Ermes Ronchi Credo, p.ErmesRonchi Lascia un commento
‘Credete in Dio, Padre onnipotente?’.
‘Credo’.
Nella notte di Pasqua e a ogni battesimo (il luogo primordiale della trasmissione di ciò che i cristiani credono), questo dialogo costituisce la prima tessera del grande mosaico della fede.
Credo in Dio che è Padre, fonte sorgiva di ogni vita, di ogni bellezza e di ogni bontà. Da Lui provengono e a Lui ascendono tutte le cose.
Padre è la parola tipica, inconfondibile di Gesù per dire Dio, quasi il nome proprio della divinità.
Tutte le sue preghiere iniziano con l’invocazione ‘Padre’ o, nella lingua materna aramaica, Abbà, ‘papà, babbo’, nel linguaggio di casa, nel dialetto del cuore, e che ha colpito gli evangelisti al punto da volerla riferire nella lingua originale, con quel suono preciso, come una reliquia sonora da non smarrire mai. Gesù ha raccontato Dio come si racconta una storia d’amore.
Padre (e madre) sono, sulla terra, le figure che incarnano le condizioni stesse perché vita ci sia. Ogni figlio che nasce, ogni bambino è un amore d’altri diventato visibile: è bastato un gesto d’amore per trarlo, ridente, dal nulla.
E ora vivrà perché amato, e si umanizzerà per relazioni di fiducia, a partire dai genitori.
Dire che Dio è Padre equivale a dire che Dio genera figli, ogni giorno, in ogni istante. La mistica medievale Giuliana di Norwich scrive: ‘Dio altro non fa tutto il giorno che questo: sta sul lettuccio della partoriente e genera’.
Dire: ‘Credo in Dio che è Padre e Madre, donatore e amante della vita’, significa dire: ‘Credo nell’amore’. Io, un amore di terra e di cielo diventato visibile, credo, ho fiducia nell’amore come forma e senso ed energia del vivere, mi fondo sull’amore che rimarrà quando non rimarrà più nulla.
Quando dico: ‘Credo in Dio Padre’ dico anche: ‘Credo nella vita di Dio in me, inesauribile ed eterna’. Noi siamo seme di Dio, generati secondo la specie di Dio, carne intrisa di cielo. ‘Cristo non ci ha dato nessun sistema di pensiero, nessuna teoria religiosa. Ci ha comunicato vita (Gv.10,10) e ha creato in noi l’anelito verso più grande vita’ (Giovanni Vannucci).
La mia fede è sapere e sentire di essere dentro una corrente inarrestabile, una energia di vita che mi raggiunge, mi avvolge, penetra, incalza, fa fiorire.
Siamo raggiunti da un flusso di vita incessante che sgorga da una sorgente più grande di noi, che è sempre disponibile, che non verrà mai meno.
Uno dei più antichi simboli cristiani è quello del pesce: allo stesso modo in cui il piccolo pesce è immerso nell’acqua, così il piccolo credente è immerso in Dio come nel suo ambiente vitale.
Credo nella vita come dono e come durata, come possibilità illimitata di elevazione, e non prestito effimero dominato dalla morte.
Credo nella possibilità di nascere di nuovo, ogni giorno.
Credo nella qualità e nella quantità della vita, nei suoi giorni e nella sua eternità. Credo nella gioia:l’umile gioia di vivere, la gioia di ogni stagione, di ogni amore, di ogni aurora, di ogni tramonto, di ogni volto, di ogni raggio di luce che parta dalla mente, dai sensi, dal cuore. (Giulio Bevilacqua).
Credo nell’uomo che, unico fra le creature, ha Dio nel sangue. Credo nell’amicizia, nella fedeltà e nei sogni del cuore.
Ho fiducia negli uomini, nel loro pensiero, nel valore della loro sterminata fatica. Credo anche in me stesso, nella capacità e nei talenti che mi ha affidato Colui che ha fatto in me cose meravigliose, come in santa Maria, la prima dei credenti.
Credo in me, un piccolo nulla cui il Padre ha regalato un cuore. Innestato nel Suo. Se ogni mattina, a ogni risveglio, sapessi ascoltare la sua voce che mi sussurra: ‘Io ti amo, io ti amo, io ti amo’, allora diventerei come un bambino preso in braccio, che anche se è sollevato da terra, anche se si trova in una posizione instabile, si abbandona felice e senza timore fra le braccia dei suoi genitori. E questa è la fede!
p.Ermes Ronchi
Il pane degli Angeli
15 giugno 2013
s.Francesco s.Francesco Lascia un commento
Il Santo di Assisi, per esortare i frati a cercare l’elemosina, usava argomenti di questo genere: ‘Andate, perché dobbiamo permettere a tutti di compiere quelle opere con cui meritarsi l’elogio di Dio e la sua dolcissima assicurazione: Ogni volta che avete fatto qualcosa a uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me. perciò, concludeva, è bello andare a mendicare, perché è motivo di eterna ricompensa per i giusti’.
Anche nelle feste principali, quando ve n’era l’opportunità, era solito andare per l’elemosina. Diceva: nei poveri di Dio si realizza la parola del profeta, L’uomo ha mangiato il pane degli Angeli. Il pane degli Angeli è quello che la santa povertà raccoglie di porta in porta e che, domandato per amor di Dio, per amor di Dio viene elargito per suggerimento degli Angeli santi.
Fonti Francescane 1128
Più della religione, serve l’amore
13 giugno 2013
thought thought Lascia un commento
Si capisce subito l’aria che tira quando si parla con Arturo Paoli, piccolo fratello di Charles de Foucauld.
Nonostante una vita molto laboriosa per il regno di Dio ha raggiunto ormai in discreta salute i 101 anni.
Nessuno – è quasi il ritornello di Paoli, che incontriamo ai margini della presentazione del suo ultimo libro, Mi formavi nel silenzio (Milano, Paoline, 2013, pagine 180, euro 14) – può amare Dio perché l’amore non nasce dall’uomo.
La fonte dell’amore è Dio e Dio ci dona il Suo amore nella misura in cui sappiamo distribuirlo ai nostri fratelli.
Dio è infinito, incommensurabile, pienezza dell’amore e non possiamo ricambiarLo nella stessa intensità. Pertanto l’unico modo di ricambiarlo è vivere il Suo amore per noi e distribuirlo.
Non possiamo restituire direttamente l’amore che riceviamo, ma possiamo distribuirlo al nostro prossimo.
Fratel Arturo parla dell’amore come fonte della gioia cristiana e dei cristiani come costruttori di gioia. Contiene qualche tesi un po’ dura come quella che alla gioia si giunge specialmente attraversando il deserto del dolore e della sofferenza che non risparmia nessuno tra gli umani.
Appare mite Arturo e anche fiducioso nel tempo della Chiesa che si prepara con Papa Francesco. Ma l’antica energia gli ritorna in due momenti, uno sconvolgente e l’altro pacificante, lasciando trasparire tutta la sua passione per Dio e per l’uomo. Quando, come un incubo che lo perseguita, gli tornano alla memoria le sofferenze inferte dalle dittature militari con la repressione in America Latina («Non c’è nulla di così orribile nella storia umana della sofferenza»). E poi quando parla dell’amore unico, esclusivo di Dio per l’uomo: Lui ci ha amati per primo.
Qual è stato il pensiero che l’ha accompagnata tutta la vita e ora all’età di 101 anni le dà ancora gioia e speranza?
«Vedere che oggi una risurrezione della religione è possibile su questo rovesciamento : cessare di pensare che noi amiamo Dio, che noi crediamo in Lui. È Dio che è paziente e ci rivela che l’amore discende da Lui e che è Lui a darci l’amore.
In questo rovesciamento religioso, l’essenziale credo sia quello intravisto da Papa Ratzinger che si è come trovato davanti a un compito troppo grande. Occorre maturare un concetto giusto di Eucaristia dove noi riceviamo Gesù che si dona a noi. Si pensa che Egli si doni a noi per tenerLo per noi, scaldarGli la sedia. Ma dimentichiamo che è Gesù che ha scelto noi e che ci manda.
Mentre tutti i culti hanno l’idolo che salva dai pericoli, l’idolo che aiuta, Cristo non è un idolo, è l’amore del Padre che discende su di noi e ci sollecita ad andare a muoverci verso gli altri».
Carlo Di Cicco
Osservatore Romano
Gesù non dice agli Apostoli di formare un’élite
12 giugno 2013
PapaFrancesco omelie, PapaFrancesco Lascia un commento
Che cosa vuol dire essere “Popolo di Dio”?
Anzitutto vuol dire che Dio non appartiene in modo proprio ad alcun popolo; perché è Lui che ci chiama, ci convoca, ci invita a fare parte del Suo popolo, e questo invito è rivolto a tutti, senza distinzione, perché la misericordia di Dio «vuole la salvezza per tutti» (1Tm 2,4).
Gesù non dice agli Apostoli e a noi di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di elite. Gesù dice: andate e fate discepoli tutti i popoli (cfr Mt 28,19).
[..]
Qual è la legge del Popolo di Dio? E’ la legge dell’amore, amore a Dio e amore al prossimo secondo il comandamento nuovo che ci ha lasciato il Signore (cfr Gv 13,34). Un amore, però, che non è sterile sentimentalismo o qualcosa di vago, ma che è il riconoscere Dio come unico Signore della vita e, allo stesso tempo, l’accogliere l’altro come vero fratello, superando divisioni, rivalità, incomprensioni, egoismi; le due cose vanno insieme.
Quanto cammino dobbiamo ancora fare per vivere in concreto questa nuova legge, quella dello Spirito Santo che agisce in noi, quella della carità, dell’amore! Quando noi guardiamo sui giornali o alla televisione tante guerre fra cristiani, ma come può capitare questo?
Dentro il popolo di Dio, quante guerre!
Nei quartieri, nei posti di lavoro, quante guerre per invidia, gelosie! Anche nella stessa famiglia, quante guerre interne!
Noi dobbiamo chiedere al Signore che ci faccia capire bene questa legge dell’amore.
Quanto è bello amarci gli uni con gli altri come fratelli veri. Quanto è bello! Facciamo una cosa oggi. Forse tutti abbiamo simpatie e non simpatie; forse tanti di noi sono un po’ arrabbiati con qualcuno; allora diciamo al Signore: Signore io sono arrabbiato con questo o con questa; io ti prego per lui e per lei. Pregare per coloro con i quali siamo arrabbiati è un bel passo in questa legge dell’amore. Lo facciamo? Facciamolo oggi!
[..]
Che missione ha questo popolo? Quella di portare nel mondo la speranza e la salvezza di Dio: essere segno dell’amore di Dio che chiama tutti all’amicizia con Lui; essere lievito che fa fermentare tutta la pasta, sale che dà il sapore e che preserva dalla corruzione, essere una luce che illumina. Attorno a noi, basta aprire un giornale, – l’ho detto – vediamo che la presenza del male c’è, il Diavolo agisce. Ma vorrei dire a voce alta: Dio è più forte! Voi credete questo: che Dio è più forte? Ma lo diciamo insieme, lo diciamo insieme tutti: Dio è più forte! E sapete perché è più forte? Perché Lui è il Signore, l’unico Signore.
[..]
Cari fratelli e sorelle, essere Chiesa, essere Popolo di Dio, secondo il grande disegno di amore del Padre, vuol dire essere il fermento di Dio in questa nostra umanità, vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro mondo, che spesso è smarrito, bisognoso di avere risposte che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel cammino.
La Chiesa sia luogo della misericordia e della speranza di Dio, dove ognuno possa sentirsi accolto, amato, perdonato, incoraggiato a vivere secondo la vita buona del Vangelo.
E per far sentire l’altro accolto, amato, perdonato, incoraggiato la Chiesa deve essere con le porte aperte, perché tutti possano entrare. E noi dobbiamo uscire da quelle porte e annunciare il Vangelo.
Papa Francesco
Udienza generale 12giugno2013
Testo integrale, q u i.
Senza lo Spirito e il cuore aperto … ..
11 giugno 2013
PapaFrancesco omelie, PapaFrancesco Lascia un commento
Perché ci sono persone che hanno il cuore chiuso alla salvezza? È su questo interrogativo che Papa Francesco ha incentrato l’omelia della messa di lunedì 10 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Una domanda che trova una risposta e una spiegazione nella paura, perché — ha spiegato il Pontefice — la salvezza ci fa paura. È un’attrazione che scatena i timori più nascosti nel nostro cuore. «Abbiamo bisogno» della salvezza, ma al tempo stesso ne «abbiamo paura», perché, ha detto il Santo Padre, «quando il Signore viene per salvarci, dobbiamo dare tutto» e a quel punto «comanda lui; e di questo abbiamo paura». Gli uomini infatti vogliono «comandare», vogliono essere «i padroni» di loro stessi. E così «la salvezza non arriva, la consolazione dello Spirito non arriva».
Nella liturgia del giorno il brano del vangelo di Matteo (5, 1-12) sulle Beatitudini ha offerto al Papa l’occasione per una riflessione sul rapporto tra salvezza e libertà. Solo la salvezza che arriva con la consolazione dello Spirito, ha affermato, ci rende liberi: è «la libertà che nasce dallo Spirito Santo che ci salva, che ci consola, che ci dà vita». Ma per comprendere pienamente le beatitudini e cosa significhi «essere poveri, essere miti, essere misericordiosi» — tutte cose che «non sembra» ci «portino al successo» — occorre custodire «il cuore aperto» e aver «gustato bene quella consolazione dello Spirito Santo che è salvezza».
Le Beatitudini, del resto, sono «la legge di quelli che sono stati salvati» e hanno aperto il cuore alla salvezza. «Questa — ha aggiunto — è la legge dei liberi, con quella libertà dello Spirito Santo». Possiamo «regolare la vita, sistemarla su un elenco di comandamenti o di procedimenti», ma è un’operazione meramente umana, ha avvertito Papa Francesco. «È una cosa limitata e alla fine non ci porta alla salvezza», poiché solo un «cuore aperto» può farlo.
In proposito il Vangelo narra che, vedendo le folle, Gesù salì sul monte. «Tra le folle — ha notato il Santo Padre — c’erano tanti che avevano bisogno di salvezza. Era il popolo di Dio che seguiva Giovanni Battista prima, poi il Signore», proprio perché bisognoso di salvezza. Ma c’erano anche altri che «andavano là per esaminare questa dottrina nuova e poi litigare con Gesù. Non avevano il cuore aperto, avevano il cuore chiuso nelle loro cose». Si chiedevano cosa Gesù volesse cambiare, ma «siccome avevano il cuore chiuso, il Signore non poteva cambiarlo»; e purtroppo «avevano il cuore chiuso» ha aggiunto Papa Francesco.
Perciò il Pontefice ha invitato a chiedere al Signore «la grazia di seguirLo»; ma non con la libertà dei farisei e dei sadducei, che diventarono ipocriti perché volevano «seguirLo solo con la libertà umana».
L’ipocrisia è proprio questo: «Non lasciare che lo Spirito cambi il cuore con la sua salvezza. La libertà che ci dà lo Spirito è anche una sorta di schiavitù, una schiavitù al Signore che ci fa liberi. È un’altra libertà».
Invece, la nostra libertà è «una schiavitù: non al Signore, ma allo spirito del mondo». Da qui l’invocazione del Papa, che ha chiesto «la grazia di aprire il nostro cuore alla consolazione dello Spirito Santo, perché questa consolazione, che è la salvezza, ci faccia capire bene» i nuovi comandamenti contenuti nel Vangelo delle beatitudini.
Non a caso l’inizio della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (1, 1-7) nella liturgia del giorno parla per ben «nove volte di consolazione». Sembra un po’ esagerato, ha commentato il Papa. E sottolineando che Paolo «ha bisogno di sette versetti per dire questa parola: consolazione», si è chiesto: «Perché insiste in questo? Cosa è questa consolazione?».
La lettera dell’apostolo è rivolta a cristiani «giovani nella fede», a quanti «hanno incominciato da poco la strada di Gesù». Paolo «insiste su ciò. Nella strada di Gesù il Padre ci offre la consolazione». Questi cristiani «non erano tutti perseguitati. Erano persone normali che avevano la loro famiglia, il loro lavoro, ma avevano trovato Gesù. E questo è un cambiamento di vita tale che era necessaria una forza speciale di Dio, dello Spirito Santo; e questa forza è la consolazione».
Cosa significa consolazione? Per Papa Francesco essa «è la presenza di Dio nel nostro cuore. Ma perché il Signore sia nel nostro cuore è necessario aprire la porta». La conversione di questi pagani a cui scrive Paolo è consistita proprio nell’«aprire la porta al Signore». E per questo hanno avuto «la consolazione dello Spirito Santo».
La salvezza è infatti «vivere nella consolazione dello Spirito Santo, non vivere nella consolazione dello spirito del mondo. Quello non è salvezza, è peccato». Al contrario, la salvezza è «andare avanti e aprire il cuore perché venga questa consolazione dello Spirito Santo».
L’uomo corre spesso il rischio di cercare di «negoziare», di prendere quello che ci fa comodo, «un po’ di qua e un po’ di là». È come «fare una macedonia: un po’ di Spirito Santo e un po’ dello spirito del mondo». Ma con Dio non vi sono mezze misure: o si sceglie «una cosa o l’altra». Infatti, ha rimarcato il Pontefice, il «Signore lo dice chiaro: non si possono servire due padroni. O si serve il Signore o si serve lo spirito del mondo. Non si può mischiare tutto».
Questa nuova legge che «il Signore ci porta, queste nuove Beatitudini si capiscono soltanto se uno ha il cuore aperto. Si capiscono dalla consolazione dello Spirito Santo. Non si possono capire con l’intelligenza umana o con lo spirito del mondo». Dobbiamo essere aperti alla salvezza, altrimenti «non si possono capire.
Sono i nuovi comandamenti, ma se noi non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo sembreranno sciocchezze».
Papa Francesco
§ Una volta in un’omelia dissero che il nostro cuore è come un paracadute che ci salva solo quando lo apriamo
§
Se l’élite ‘non capisce’
10 giugno 2013
Antonio Socci Socci Lascia un commento
Rilancio volentieri l’articolo di Antonio Socci e la sua lettura di quanto sta avvenendo nella Chiesa dei nostri giorni
come nel Signore degli Anelli …
http://www.antoniosocci.com/2013/06/papa-francesco-e-il-signore-degli-anelli-la-via-per-la-salvezza/
. ..
10 giugno 2013
Maria, prayers Maria, prayers Lascia un commento
Ti salutiamo Maria, Madre di Gesù e nostra.
Tu sei sempre Madre, e una madre non sa abbandonare.
Consola le angosce che tu sola sai, ascolta i tristi silenzi di chi non osa più confidarsi, rianima gli spiriti offesi e avviliti dalle sventure e dalle incomprensioni.
Tu conosci quanto per noi, immersi in un mondo inaridito e ostile, sia difficile credere.
Ma tu conosci anche quanto sia difficile non credere e continuare a ragionare bene. Aiutaci dunque tutti: illumina, rinvigorisci, rallegra la fede dei credenti e come dono iniziale, conserva in coloro che non credono, almeno la luce di una sana e retta ragione.
Tu sai quanto per noi, delusi da mille insuccessi, sia arduo mantenere viva la speranza. Ma sai anche che senza speranza non ci riesce di sopportare la vita.
Tieni desta in tutti noi la fiducia in Gesù Salvatore e in chi non ha fede mantieni almeno la fiducia nella bontà e bellezza della vita.
Tu vedi quanto sia faticoso per noi praticare l’amore in un mondo che vive nella violenza e nell’odio. Ma vedi anche che senza amore ogni convivenza umana si avvelena e degrada.
Insegna a tutti l’arte di amare e fa che fiorisca la volontà di una reale fraternità. Veglia su questi figli che non si stancano d’invocarti: veglia sul nostro lavoro perché non manchi il pane a nessuna delle nostre mense.
Veglia sulla mente e sui cuori perché in tutti rinasca la passione per la verità e il bene. Veglia sui nostri ammalati e allevia le loro sofferenze.
Veglia sui nostri anziani e salvali dalla malinconia di sentirsi inutili.
Veglia sui nostri bambini e sui nostri giovani e difendili dai molti mali in agguato. Veglia su chi si è dato alla colpa, al vizio, alla prepotenza, alla corruzione e aiutalo tu a guarire e risorgere.
Noi ci affidiamo a te.
Nostra Signora di Fontanellato, prega per noi!
Una grazia più copiosa :)
10 giugno 2013
s.Francesco s.Francesco Lascia un commento
Francesco si recò poi in un luogo chiamato Porziuncola, nel quale vi era una chiesa, trascurata e abbandonata, dedicata alla beata Vergine.
Quando l’uomo di Dio la vide, spinto dalla sua devozione a Maria, vi fissò la sua dimora con l’intento di ripararla. Là egli godeva spesso della visita degli Angeli, come sembrava indicare il nome della chiesa stessa, chiamata fin dall’antichità Santa Maria degli Angeli.
Egli sapeva che il regno dei cieli si estende ad ogni località della terra ed era convinto che la grazia divina poteva esser largita agli eletti di Dio dovunque; pure aveva sperimentato che il luogo di Santa Maria della Porziuncola era colmo di una grazia più copiosa ed era frequentato dalla visita degli spiriti celesti. Per questo era solito dire ai frati: ‘Guardate, fratelli, di non abbandonare mai questo luogo! Se vi cacciano via da una parte, voi tornateci dall’altra, poiché questo luogo è santo’.
Fonti Francescane 1048; 1780

