Pastore grande delle pecore e custode delle anime

Papa Francesco nell’omelia di questa mattina per la canonizzazione di sei nuovi santi è tornato sulla denuncia fatta venerdì riguardo alla “vendita dei sacramenti” esortando i pastori ad essere “vicini” alle pecore loro affidate ed a non diventare invece “dei mercenari” che guardano al loro tornaconto personale.

 

“A questo riguardo – ha detto Francesco – il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari”.

 

Per mettersi al riparo da un tale rischio, il Pontefice ha invitato a riflettere su “come Gesù ha realizzato il Regno “. L’esempio di Gesù, ha spiegato Bergoglio, è quello “della vicinanza e la tenerezza verso di noi“.

 

“Egli – ha detto il Papa- è il Pastore, di cui ci ha parlato il profeta Ezechiele con dei verbi che indicano la premura e l’amore del Pastore verso il suo gregge:

cercare,    passare in rassegna,     radunare dalla dispersione,

condurre al pascolo,    far riposare,     cercare la pecora perduta,

ricondurre quella smarrita,     fasciare la ferita,    curare la malata,

avere cura,     pascere”.

 

 

Secondo il Pontefice, “tutti questi atteggiamenti sono diventati realtà in GESÙ CRISTO CHE È DAVVERO IL PASTORE GRANDE DELLE PECORE E CUSTODE DELLE NOSTRE ANIME.

E quanti nella Chiesa siamo chiamati ad essere pastori, non possiamo – ha scandito – discostarci da questo modello”.

 

 

Papa Francesco

Omelia 23 novembre 2014

Rainews.it

Destini

Maria accetta l’amore in letizia e il figlio in letizia, sa che non sarà mai suo, come tutti i figli di questo mondo, e sa che deve anche tenerselo in cuore, e con il figlio anche il patimento del figlio.

D’altra parte Gesù che aveva la sua strada non poteva obbedire al cuore terreno di Maria che voleva per sé tutta la carne del figlio.

La diede agli altri, la diede ai suoi nemici, affinchè se ne cibassero, affinchè l’uomo Dio diventasse cibo e sostanza di tutti i giorni.

 

 

Alda Merini

Corpo d’amore. Un incontro con Gesù.

 

Buona festa di Cristo Re a tutti!

Vademecum__2

“Mantenete la freschezza del carisma, rispettate la libertà delle persone e cercate sempre la comunione”: sono i tre pilastri che il Papa indica ai circa 350 partecipanti al Terzo Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove Comunità, ricevuti stamani in udienza in Vaticano.

 

A riunirsi, su invito del Pontificio Consiglio per i Laici, i delegati  delle realtà associative internazionali più diffuse per riflettere sul tema “La gioia del Vangelo: una gioia missionaria”, ispirato all’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Il Congresso si è svolto presso il Pontificio Collegio internazionale “Maria Mater Ecclesiae”. Il primo incontro mondiale è stato quello del 1998 con Giovanni Paolo II; il secondo nel 2006 con Benedetto XVI.

 

Conversione e missione: due elementi centrali e intimamente legati.

 

E Papa Francesco sottolinea che i Movimenti e le Nuove Comunità sono “ormai proiettati alla fase della maturità ecclesiale” che richiede CONVERSIONE PERMANENTE PER RENDERE SEMPRE PIÙ FECONDA LA SPINTA DI EVANGELIZZAZIONE. Tre quindi i pilastri su cui basarsi. Prima di tutto la freschezza del carisma. Con il tempo, infatti, cresce la tentazione di accontentarsi, “la tentazione di ingabbiare lo Spirito”:

 

 

“Se forme e metodi sono difesi per sé stessi diventano ideologici, lontani dalla realtà che è in continua evoluzione; chiusi alla novità dello Spirito, finiranno per soffocare il carisma stesso che li ha generati. OCCORRE TORNARE SEMPRE ALLE SORGENTI DEI CARISMI E RITROVERETE LO SLANCIO PER AFFRONTARE LE SFIDE”.

Papa Francesco rileva, infatti, che anche i Movimenti non hanno fatto “una scuola di spiritualità così”, non hanno “un gruppetto” ma “movimento”:

 

“Sempre sulla strada, sempre in movimento, sempre aperto alle sorprese di Dio, che vengono in sintonia con la prima chiamata del movimento, quel carisma fondamentale”.

 

 

Il secondo punto su cui Papa Francesco si sofferma è “IL MODO DI ACCOGLIERE” LE PERSONE, IN PARTICOLARE I GIOVANI, TENUTO CONTO CHE OGGI “FACCIAMO PARTE DI UN’UMANITÀ FERITA” E CHE “TUTTE LE AGENZIE EDUCATIVE”, SPECIALMENTE LA FAMIGLIA, HANNO GRAVI DIFFICOLTÀ OVUNQUE.

 

Il Papa rileva, infatti, che l’uomo di oggi ha difficoltà “a fare le proprie scelte” e ha quindi una disposizione “a delegare ad altri le decisioni importanti della vita”.

NON BISOGNA DUNQUE SOSTITUIRSI ALLA LIBERTÀ DELLE PERSONE PERCHÉ  OGNUNO “HA IL SUO TEMPO: CAMMINA A MODO SUO E DOBBIAMO ACCOMPAGNARE QUESTO CAMMINO”.

 

Un progresso “ottenuto facendo leva sull’immaturità della gente è un successo apparente, destinato a naufragare.

Meglio pochi – dice – ma andando sempre senza cercare lo spettacolo!”:

 

 

“L’EDUCAZIONE CRISTIANA INVECE RICHIEDE UN ACCOMPAGNAMENTO PAZIENTE CHE SA ATTENDERE I TEMPI DI CIASCUNO, COME FA CON OGNUNO DI NOI IL SIGNORE: MA IL SIGNORE HA PAZIENZA, HA PAZIENZA CON NOI! LA PAZIENZA È LA SOLA VIA PER AMARE DAVVERO E PORTARE LE PERSONE A UNA RELAZIONE SINCERA COL SIGNORE”.

 

 

Non si deve poi dimenticare la terza indicazione che riguarda la comunione. PERCHÉ IL MONDO CREDA CHE GESÙ È IL SIGNORE, BISOGNA CHE VEDA LA COMUNIONE FRA I CRISTIANI E NON MALDICENZA E “IL TERRORISMO DELLE CHIACCHIERE”.

CRISTO, INFATTI, HA VERSATO IL SUO SANGUE PER IL FRATELLO E “NON PER LE MIE IDEE”.

 

Per il Papa, quindi, “la vera comunione non può esistere in un movimento o in una nuova comunità se non si integra nella comunione più grande che è la nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica”. Questo vuol dire affrontare insieme le questioni più importanti come “la vita, la famiglia, la lotta alla povertà in tutte le sue forme, la libertà religiosa e di educazione”. E in particolare bisogna curare le ferite prodotte da una mentalità globalizzata “che mette al centro il consumo, dimenticando Dio e i valori essenziali dell’esistenza”:

 

 

“Per raggiungere la maturità ecclesiale, dunque, mantenete – lo ripeto – la freschezza del carisma, rispettate la libertà delle persone e cercate sempre la comunione”.

 

 

Papa Francesco invita, quindi, a non dimenticare che per raggiungere questo traguardo “la conversione deve essere missionaria”, e cioè che “la forza di superare tentazioni e insufficienze viene dalla gioia profonda dell’annuncio del Vangelo, che è alla base  – dice – di tutti i vostri carismi”.

“Voi avete portato già molti frutti alla Chiesa e al mondo intero, ma ne porterete altri ancora più grandi con l’aiuto dello Spirito Santo”, dice il Papa esortando ad “andare avanti”, sempre in movimento:

 

 

“Adesso vi chiedo, tutti insieme, di pregare la Madonna, che ha provato  questa esperienza di sempre conservare la freschezza del primo incontro con Dio, di andare avanti con umiltà, ma sempre in cammino, rispettando il tempo delle persone. E poi di non stancarsi mai di avere questo cuore missionario”.

 

 

Papa Francesco

Omelia 22 novembre 2014

 

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In ogni parte,

malgrado tu fossi interamente ignudo

o interamente coperto

o interamente pazzo,

io ti ho visto salire le colline della mia origine

e non so

da vera innamorata qual sono

come tu faccia a conoscermi

e chi ti abbia messo dentro di me.

Sei un foglio,

un disegno astratto,

uno che vola come un aquilone,

uno che manda manciate di sale

nelle mie ferite aperte,

ma non importa;

è sempre salsedine di quel mare

pieno di coralli, di pesci

forse di morti e di infiniti sottomarini.

Quello che mi dici non ha importanza,

nessuno dei due ascolta l’altro

perché i nostri richiami sono calati in un mondo

dove viviamo solo io e te

in compagnia di un amore

che non discuterà mai nessuno

perché a nessuno ne abbiamo parlato.

 

 

 

Alda Merini

Corpo d’amore. Un incontro con Gesù

Vademecum per la santità

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Un grande dono del Concilio Vaticano II è stato quello di aver recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione, e di aver ricompreso anche il principio dell’autorità e della gerarchia in tale prospettiva. Questo ci ha aiutato a capire meglio che tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità (cfr Cost. Lumen gentium, 39-42). Ora ci domandiamo: in che cosa consiste questa vocazione universale ad essere santi? E come possiamo realizzarla?

  1. Innanzitutto dobbiamo avere ben presente che la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità. La santità è un dono, è il dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di se stesso, ci rende come Lui. Nella Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5,25-26). Ecco, davvero la santità è il volto più bello della Chiesa, il volto più bello: è riscoprirsi in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore. Si capisce, allora, che la santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano.
  2. Tutto questo ci fa comprendere che, per essere santi, non bisogna per forza essere vescovi, preti o religiosi: no, tutti siamo chiamati a diventare santi! Tante volte, poi, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova. Ma tu sei consacrato, sei consacrata? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione e il tuo ministero. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un battezzato non sposato? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro e offrendo del tempo al servizio dei fratelli. “Ma, padre, io lavoro in una fabbrica; io lavoro come ragioniere, sempre con i numeri, ma lì non si può essere santo…” – “Sì, si può! Lì dove tu lavori tu puoi diventare santo. Dio ti dà la grazia di diventare santo. Dio si comunica a te”. Sempre in ogni posto si può diventare santo, cioè ci si può aprire a questa grazia che ci lavora dentro e ci porta alla santità. Sei genitore o nonno? Sii santo insegnando con passione ai figli o ai nipoti a conoscere e a seguire Gesù. E ci vuole tanta pazienza per questo, per essere un buon genitore, un buon nonno, una buona madre, una buona nonna, ci vuole tanta pazienza e in questa pazienza viene la santità: esercitando la pazienza. Sei catechista, educatore o volontario? Sii santo diventando segno visibile dell’amore di Dio e della sua presenza accanto a noi. Ecco: ogni stato di vita porta alla santità, sempre! A casa tua, sulla strada, al lavoro, in Chiesa, in quel momento e nel tuo stato di vita è stata aperta la strada verso la santità. Non scoraggiatevi di andare su questa strada. E’ proprio Dio che ci dà la grazia. Solo questo chiede il Signore: che noi siamo in comunione con Lui e al servizio dei fratelli.
  3. A questo punto, ciascuno di noi può fare un po’ di esame di coscienza, adesso possiamo farlo, ognuno risponde a se stesso, dentro, in silenzio: come abbiamo risposto finora alla chiamata del Signore alla santità? Ho voglia di diventare un po’ migliore, di essere più cristiano, più cristiana?Questa è la strada della santità. Quando il Signore ci invita a diventare santi, non ci chiama a qualcosa di pesante, di triste… Tutt’altro! È l’invito a condividere la sua gioia, a vivere e a offrire con gioia ogni momento della nostra vita, facendolo diventare allo stesso tempo un dono d’amore per le persone che ci stanno accanto. Se comprendiamo questo, tutto cambia e acquista un significato nuovo, un significato bello, un significato a cominciare dalle piccole cose di ogni giorno. Un esempio. Una signora va al mercato a fare la spesa e trova una vicina e incominciano a parlare e poi vengono le chiacchiere e questa signora dice: “No, no, no io non sparlerò di nessuno.” Questo è un passo verso la santità, ti aiuta a diventare più santo. Poi, a casa tua, il figlio ti chiede di parlare un po’ delle sue cose fantasiose: “Oh, sono tanto stanco, ho lavorato tanto oggi…” – “Ma tu accomodati e ascolta tuo figlio, che ha bisogno!”. E tu ti accomodi, lo ascolti con pazienza: questo è un passo verso la santità. Poi finisce la giornata, siamo tutti stanchi, ma c’è la preghiera. Facciamo la preghiera: anche questo è un passo verso la santità. Poi arriva la domenica e andiamo a Messa, facciamo la comunione, a volte preceduta da una bella confessione che ci pulisca un po’. Questo è un passo verso la santità. Poi pensiamo alla Madonna, tanto buona, tanto bella, e prendiamo il rosario e la preghiamo. Questo è un passo verso la santità. Poi vado per strada, vedo un povero un bisognoso, mi fermo gli domando, gli do qualcosa: è un passo alla santità. Sono piccole cose, ma tanti piccoli passi verso la santità. Ogni passo verso la santità ci renderà delle persone migliori, libere dall’egoismo e dalla chiusura in se stesse, e aperte ai fratelli e alle loro necessità.

Cari amici, nella Prima Lettera di san Pietro ci viene rivolta questa esortazione: «Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo» (4,10-11). Ecco l’invito alla santità! Accogliamolo con gioia, e sosteniamoci gli uni gli altri, perché il cammino verso la santità non si percorre da soli, ognuno per conto proprio, ma si percorre insieme, in quell’unico corpo che è la Chiesa, amata e resa santa dal Signore Gesù Cristo. Andiamo avanti con coraggio, in questa strada della santità.

 

 

Papa Francesco

Udienza generale 19 novembre 2014

 

 

Per tutti coloro che …

Gesù,

per coloro che hanno perso la mente

e i princìpi della ragione,

per coloro che sono oppressi

dal duro silenzio dei martiri,

per coloro che non sanno gridare

perché nessuno li ascolta,

per coloro che non trovano altra soluzione

al grido che la parola,

per coloro che scongiurano il mondo

di non devastarli più,

per coloro che attendono un cenno d’amore che non arriva,

per coloro che erroneamente

fanno morire la carne

per non sentirne più l’anima.

Insomma,

per coloro che muoiono nel nome Tuo,

apri le grandi porte del Paradiso

e fa’ loro vedere

che la Tua mano

era fresca e vellutata,

vellutata e fresca,

come qualsiasi fiore,

e che forse loro troppo audaci

non hanno capito che il silenzio era Dio

e si sono sentiti oppressi

da questo silenzio

che era solo una nuvola di canto.

 

 

 

 

Alda Merini

Corpo d’amore. Un incontro con Gesù.

Perseverare è evangelico

Fregato dalla paura: così fifone da rinunciare a vincere per la semplice paura di poter perdere.

Così tanto perdente che, all’indomani della sua morte, non ci pensarono due volte ad affiggere l’epitaffio funebre sin sulla sua tomba, ad imperitura memoria per coloro che a lui guarderanno con una malcelata simpatia: “Qui giace un talento nato morto” (liturgia della XXXIII^ domenica del tempo ordinario).

Ognuno muore come vive: costui sembra essere morto nuovo di zecca: mica la migliore delle finali dentro le righe di fantasia e d’immane sorpresa dei Vangeli. Adesso che il padrone ha rimesso a posto il suo tesoro, spiegateglielo voi, a quel terzo servo del Vangelo, che alzarsi la mattina e mettere in conto di poter fallire rende liberi di giocarsi la vita. Forse l’avrà pure capito: è che – quando il Cristo avanza la proposta di mettersi in cooperativa con Lui – certi attimi o li firmi al volo o li perdi per l’Eterno.

Mica erano state fatte delle preferenze: ad ognuno secondo le sue possibilità. La vera disuguaglianza sarebbe stata quella di dare a qualcuno più di quello che avrebbe potuto fare nel suo piccolo: pretendere dal figlio di un agricoltore lo stesso indice d’apprendimento del figlio di un docente universitario è logica degli uomini. Dio ragiona diverso, ragiona giusto: la sua giustizia è dare a ciascuno secondo le possibilità. Esagerare con le pretese potrebbe un giorno valere l’umiliazione di chi, schiacciato dalle aspettative, non riuscirà nemmeno ad esprimere quel poco che poteva. Quel giusto che era.

Così va la storia: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno». Mica inutile quell’aggiunta: secondo le capacità di ciascuno. Ne troppo, ne troppo poco: il tutto che ciascuno avrebbe potuto giocarsi. Va e torna il Padrone, come gli antichi generali: si va, si conquista la terra e si torna. E’ dai tempi di Ulisse che ogni andata è sempre per un ritorno. Un ritorno che è una terra – Itaca – ma ancor più un’identità: si torna al centro di se stessi, al cuore della propria storia, dentro i sogni di Dio. «Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque (…) “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”». Intraprendenti i due servi: consapevoli che il padrone li aveva onorati della fiducia, vollero procurargli gioia con l’impegno.

Per poi lasciarsi sorprendere da quel Padrone assai diverso dai padroni di quaggiù: vanno per restituirgli il guadagno, ritornano non solo col guadagno, ma addirittura tutto viene raddoppiato. Ci sono giorni nei Vangeli dove sembra non poterci essere grandezza senza esagerazione; gioia senza la libertà. Lo stesso padrone che attende l’ultimo servo: quello che, paralizzato dalla paura, ragionò con un mesto “meglio non correre rischi!” La sua impresa d’uomo fu quella di scavarsi una buca e nascondere lui con i suoi talenti a disposizione: “Figurati: e se me li rubano. Loro si che sono fortunati: ne hanno di più. Non ne sono capace. Non ci provo nemmeno. Non ci riuscirò mai. Tanto, non serve a niente. Ma poi: cosa dirà la gente se li perdo? Se mi capita mi sparo!”. Con quell’altra scusante che lo scredita oltremodo: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». Paura di Dio.

Guardalo il suo vero cruccio: LA PAURA DI DIO. Davvero si può aver paura di un Dio che ti consegna il mondo? Poche istruzioni d’uso e il massimo della libertà. Fino al paradosso: abitare il mondo in sua compagnia e scriverne assieme la storia. Più che paura fu forse pavidità: mica lo sperperò quel talento – i bravi ragazzi solitamente hanno poca fantasia nei Vangeli -, semplicemente lo nascose. La Bellezza per lui fu un tranello, poco più che un’occasione di paura: alcuni non cercano la Verità perchè hanno paura di trovarla per davvero. Paura di farsi sorprendere, addomesticare, scompigliare i capelli. Fine: «Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti». Qualcuno, a posteriori, inventò il detto: “perseverare è diabolico”. Forse lesse male i Vangeli: in certe pagine perseverare è fare felice Dio. Diventare felici con Dio.

 

 

donMarcoPozza

www.sullastradadiemmaus.it

 

 

L’unzione della dignità

Riscattare invece che scartare.

 

“Es una lucha que todos estamos llamados… E’ una battaglia che tutti siamo chiamati a compiere. Una battaglia contro questo movimento che porta l’umanità a pensare che una persona sia un oggetto usa e getta, un oggetto da usare. Riscattare la dignità della persona. Siamo certamente in un’epoca dove la persona umana viene usata come oggetto e finisce per essere materiale di scarto. Agli occhi di Dio non c’è materiale di scarto, c’è solo dignità”.

 

 

Il vostro lavoro, ha detto il Papa ringraziando i ragazzi ( partecipanti al Simposio internazionale contro la prostituzione e la tratta di persone)  è dunque quello “di tornare a riscattare quello che si vuole scartare per tornare ad ungerlo con dignità”.

 

 

Papa Francesco